Ironica, graffiante, irriverente. A differenza di altre “sorelle” più dolci e aggraziate, la Satira è una musa arguta e sfacciata, a tratti grottesca, abile nell’affascinare attraverso quel sorriso amaro che diverte e, al contempo, fa riflettere. Una dea che, nel corso dei secoli, ha conquistato artisti e letterati, pronti ad ascoltare il suo canto per correggere, a colpi di penna e pennello, i (mal)costumi delle società di ogni epoca.

Il Settecento non rappresenta solo il periodo d’oro dell’Illuminismo, con la decisa affermazione dell’autonomia della ragione, fondante la cultura dei lumi; ma vide anche una fervida produzione satirica che coinvolse filosofi come Voltaire, pittori come il veneziano Pietro Longhi e poeti come Giuseppe Parini.

La satira è canzonatura, è lo sberleffo che alleggerisce le solennità senza, tuttavia, rinunciare al giudizio critico e spesso pungente. Nel XVIII secolo, è anche il controcanto al trionfo arcadico di pastori e pastorelle, ironizzando sul classicismo bucolico di stampo virgiliano e sulle abitudini che occupavano le giornate dell’aristocrazia colta, dedita a imitarne languidamente il modello.

Proprio nella poesia satirica Giuseppe Parini individuò il genere ideale per fustigare i costumi della sua epoca, raccontando con umorismo la società aristocratica nell’opera intitolata Il Giorno: composta in endecasillabi sciolti (cioè non in rima) a partire dal 1763 e definita, dal filologo Angelo De Gubernatis nella sua Storia della satira (1884), «la maggior satira italiana».

Nel poemetto emergono i passatempi quotidiani dei nobili che, con “solerzia”, si dedicavano alla cura delle cose frivole, dalla “toeletta” mattutina allo svago serale, passando per lo sfoggio di oggetti alla moda e per il gossip mondano: azioni futili e inconsistenti, ma svolte giornalmente con tanto ossequiosa quanto patetica ripetitività.

Parini illustrò, tra gli stucchi e i decori, gli atteggiamenti, le inezie, le presunzioni dei salotti settecenteschi, caricaturizzando gli altezzosi personaggi che li animavano, con tutti i loro vizi e i loro difetti.

Nel Giorno, suddiviso in Mattino, Meriggio, Vespro e Notte, il poeta descrisse la tipica giornata di un aristocratico, il Giovin Signore lombardo, evidenziandone l’egocentrismo e l’eccentricità che non solo lo allontanavano dal mondo reale, ma che al contempo umiliavano i servitori, costretti a subire i capricci e i continui cambi d’umore del protagonista.

Non essendoci una trama vera e propria, Parini riportò cronologicamente le attività del nobiluomo, dalla colazione con l’eventuale passeggiata del Mattino fino al pranzo del Meriggio a casa della dama corteggiata. Nel Vespro dominano le chiacchiere da salotto, mentre nella Notte il focus si sposta sul ricevimento organizzato da un’aristocratica presso il suo palazzo, cui ovviamente partecipa anche il Giovin Signore.

Nel narrare ciascun episodio, Parini si finse il precettore, l’insegnante del Giovin Signore, ingaggiato per guidarlo e suggerigli come comportarsi tra gli ozi quotidiani.

Il carattere satirico emerge anche dal linguaggio aulico e dai riferimenti mitologici e classicheggianti che volontariamente cozzano con le vicende effimere vissute dal protagonista.

La puntuale e particolareggiata descrizione delle occupazioni del Giovin Signore, un vero e proprio damerino, mirava a sottolineare la vacuità della sua vita e la pietosa routine con cui la affrontava. A ciò si aggiungeva la denuncia sociale che, seppur moderata, puntava il dito contro la classe nobiliare e contro la sua scala di (dis)valori che penalizzava i ceti subalterni.

L’ironia satirica affiora decisamente nell’episodio della “vergine cuccia”, alla fine del Meriggio, dove la dama corteggiata racconta, tra le lacrime al Giovin Signore, come abbia voluto scacciare un servo, e augurare miseria a lui e alla sua famiglia, per aver reagito con un calcio a un “affettuoso” morso della sua cagnolina preferita. Ma anche nella narrazione grottesca dei giochi di società durante la festa della Notte, in cui i partecipanti si svagano con carte raffiguranti animali che il poeta accostò agli stessi giocatori, rimarcando il degrado “animalesco” dell’aristocrazia, simile a una massa di bestie ammaestrate nel medesimo circo.


Ammonendo senza, tuttavia, affondare la penna con astio e violenza verbale (De Gubernatis la definì «delicata e coi guanti»), la satira di Parini fu, come scrisse il suddetto filologo, «opera di sapienza e di bontà; ed egli vi pose una cura così grande che nessuna letteratura offre forse, nel genere satirico, opera più finita e più perfetta». Una satira che «solletica, da prima, piacevolmente, quindi canzona con fine umorismo, e finalmente fa arrossire il canzonato, invitandolo a riflettere e, se è uomo di buon gusto e di nobili sensi, a correggersi».

Sorge, infine, una domanda: le ostentazioni cui i vip e gli influencer dei nostri tempi ci hanno abituato, attraverso il loro ricercatissimo e narcisistico esibizionismo mediatico tra social e comparsate televisive, non ricordano forse le frivolezze di quegli stessi nobili bersagliati da Parini più di 250 anni fa?

Andrea Romagna per MifacciodiCultura