Complice il verbo “torneranno”; il sostantivo “giorni” e l’aggettivo dimostrativo “quei”, l’onestà dell’autore è immediata: in questo libro c’è della nostalgia. Quei giorni torneranno (Santelli Editore, 2023) del giornalista e scrittore Fabio Luppino muove da un sentimento complesso da raccontare e da vivere, un incontro tra il malinconico rimpianto per ciò che è stato e/o ciò che poteva essere e non e ciò che, allo stesso tempo, è desiderio ardente.

E Luppino la sua nostalgia per una storia politica arenata, per un’involuzione giornalistica registrata e per una speranza sempre viva guardando ai giovani la confessa subito ai suoi lettori, auspicando un presentarsi di nuovo (torneranno) di un’unità di tempo base per la vita di ognuno (giorni), in particolare legata ad un aggettivo dimostrativo che sposta la mente decisamente in là nel tempo (quei).

Ma quali sono quei giorni di cui coltiva nostalgia? Più che di un tempo siamo al cospetto di un modo di vivere quel tempo – tant’è vero che non usa “ritorneranno” ma “torneranno”. D’altra parte l’auspicio inteso come un “ritorno” sarebbe quello di una pedissequa copia – quanto meno anacronistica da immaginare – mentre siamo ben oltre, siamo all’ispirazione rispetto all’intensità e all’autenticità di vivere.

Un modo tipico di quegli anni che hanno accompagnato l’ esordio giornalistico dell’autore, fatti di attivismo politico dei giovani di sinistra, di un giornalismo tutt’altro che prono e comodo in poltrona, quello che macinava chilometri e non dimenticava la deontologia sulla scrivania prima di andare a raccogliere le parole da proporre al lettore.

Il lettore l’unico vero “padrone” al quale si doveva onestà intellettuale, rispetto e l’audacia di punti di vista alternativi su fatti e persone. In Quei giorni torneranno Luppino, giocando col tempo nel quale si muove avanti e indietro, così come le riflessioni “a voce alta” ti portano a fare, racconta la vita di cinque donne – emblema di quella politica, di quel giornalismo, di quella vita – e sullo sfondo la parabola del giornalismo di come i suoi “servitori” non si siano via via più immolati sull’altare della realtà, della società e della cultura, provocando lacerazioni dalle quali sono entrati interessi economici di alcuni e l’improvvisazione, l’incompetenza, la faciloneria di altri.

Tutti che parlano (o scrivono!) di tutto talvolta senza dire niente. Intervistatori che cercano lo “scoop” o che entrano a gamba tesa nella persona di fronte, dimenticando – o peggio ignorando del tutto – che un’intervista non parte per forza dalla prima domanda, è un mosaico, un’opera artigianale.

Siamo al cospetto di una società in cui tutti si parlano addosso, impegnati a sembrare brillanti, ma dai diamanti non nasce niente , ricorda l’autore citando, in questo come in altri passaggi, Fabrizio De Andrè.

Nonostante tutto la nostalgia, come detto, è anche desiderio. Così a muovere questa visione di insieme, maturata in decenni di carriera trascorsi tra Unità, Secolo XIX, Corriere della Sera e Huffpost, a scrutare e riproporre la realtà, ma anche ad immaginarla e costruirla – il giornalismo certo non cambia lo stato delle cose, ma può far emergere, denunciare, attaccare – c’è uno sguardo che punta al futuro. Ai giovani. Quei giovani che sin dalle prime pagine fa una promessa:

Quali ragazzi volete? Ipocriti come voi, opportunisti come voi, o spiriti liberi capaci di costruire un mondo migliore, pulito, credibile, sostenibile, senza gli infingimenti che avere seminato dappertutto in questi decenni chiamandoli di volta in volta in modo diverso? E’ la democrazia bellezza. Noi per loro ci saremo, sempre.

In queste pagine non si può non avere la sensazione di essere al momento di fare il punto di una persona che ha visto il mondo attorno a sé cambiare – ahimè non in meglio – ma c’è tanto altro: dei memorandum da taccuino per chiunque voglia essere (e non fare!) giornalista; doni di consapevolezze come quella che i cambiamenti li guidano le donne, anche se con difficoltà; e tanta, tanta, speranza, come quella racchiuso nell’abbraccio della foto di copertina di Alberto Pais, perché nessuno si salva da solo e sicuramente riguardare “l’altro”, sarebbe un primo passo per “aggiustare” un mondo che vive in direzione dell’individualismo e dell’egocentrismo. Perché se è vero che Luppino, nel suo romanzo, si sofferma sul giornalismo, e vero che è un’intera società ad aver subito un tracollo di spessore umano.

Ma c”è la  speranza, dicevamo, che chiude la copertina, facendo sì che le ultime parole diventino le prime:

Non siamo alla fine della storia, anche se a qualcuno fa comodo dirlo, nella vita così come nel giornalismo. I ragazzi con talento bisogna, al contrario, istruirli sui loro diritti e lasciar loro la strada. Cambieranno il mondo in meglio, ne sono certo.

Antonia De Francesco per MIfacciodiCultura