Quale differenza tra genere e sesso?

I sessi dell’essere umano sono solo due? Il sesso biologico viene assegnato geneticamente durante la gestazione (XX, XY, ermafroditi e intersessuati) e determina gli organi sessuali che presentiamo alla nascita. La sessualità si riferisce alle emozioni che vengono prodotte dalle relazioni interpersonali (chi ci attrae – orientamento sessuale etero, lesbico, gay, bisex, pansessuale, asessuale). Il genere è l’aspettativa della società rispetto all’esercizio del sesso e della sessualità. Detto semplicisticamente: da chi ha il corpo di un uomo ci si aspetta che sia attratto dalle donne e si comporti come un uomo. Mentre l’’identità sessuale (o di genere) è la dimensione soggettiva del proprio essere, cioè il come ci sentiamo nel nostro io interiore. L’identità sessuale non sempre coincide con il sesso biologico che è stato assegnato alla nascita (transessuale: la persona non si sente nel corpo giusto, FtM o M2F). La definizione di genere è stata creata per ordinare in gruppi persone, animali o cose aventi caratteristiche uguali. Il genere è, pertanto, una costruzione sociale, che siamo abituati a vedere in modo statico e definito, il che sicuramente va bene per i compiti a scuola o per dei calcoli rigorosi, ma questa rigidità mal si adatta ai modi dell’essere.

David Reimer

Se cambiamo prospettiva, come ci insegnano anche le culture orientali, pensando al genere come un’indicazione mobile e flessibile, possiamo sbirciare la soggettività umana nella sua complessità. Maschile e femminile non sono, infatti, le due uniche metà di cui si compone l’umanità, ma i punti – estremi e ideali – di una scala cromatica che ogni persona in differenti culture e Paesi realizza. In questo senso, si dice che gli uomini e le donne cisgender (se sesso biologico e identità sessuale coincidono) sono solo due tra le possibili variabili del genere. Emblematico il caso David Reimer (As Nature Made Him di John Colapinto): nel libro viene mostrata la persistenza di un’identità di genere maschile e la tenace aderenza al ruolo di genere maschile, in una persona che ha perso il pene subito poco dopo la nascita, per una circoncisione sbagliata, nonostante, per rimediare al danno, il soggetto fosse stato riassegnato costruendogli chirurgicamente i genitali femminili. È sicuramente un caso esasperato che forse può semplificare il concetto di non-coincidenza tra i sentimenti interni e l’apparenza esteriore. L’identità sessuale di una persona può contrastare fortemente (a volte anche con gravi disagi) con la sua apparenza esteriore: va ben oltre il sesso dell’individuo dedotto dall’esame dei genitali esterni e, in età adulta, dai caratteri sessuali secondari.

Cosa non funziona, quindi, in un’epoca che si spaccia tanto per moderna?

Verso la metà del XVII secolo un militare olandese testimoniò di Nzinga, una donna guerriera del regno di Ndongo, del popolo Mbundu, che regnava come re piuttosto che come regina, vestita da uomo e circondata da un harem di giovani uomini vestiti da donna, che erano le sue mogli. Grecia Antica e Roma Antica hanno lasciato innumerevoli testimonianze di omossessualità e transessualità. Esisteva anche la dea Venere Castina che rispondeva con simpatia e comprensione ai desideri delle anime femminili racchiuse in corpi maschili e viceversa (Bulliet, C., Venus Castina. Famous Female Impersonators Celestial and Human, New York, 1928). Anche a Cipro, racconta lo scrittore romano Macrobio, si adorava Venere Castina, una divinità femminile dotata di attributi maschili, eletta protettrice dei transessuali. Si dice che l’imperatore Eliogabalo avrebbe offerto la metà dell’Impero Romano al medico che l’avesse potuto fornire di genitali femminili. Sposò sia donne che uomini, era noto per le sue avances a ragazzi e per l’uso smodato di trucco. Diversi califfi di Cordoba, incluso Hisham II, Abd-ar-Rahman III e Al-Hakam II avevano harem maschili. L’imperatore Ai della Dinastia cinese Han era famoso per tagliare i vestiti per non svegliare l’amante. Re Enrico III di Francia voleva essere considerato una donna: si narra che nel febbraio 1577 sa majesté comparve dinanzi ai Deputati truccato, con una lunga collana di perle e un abito tagliato in basso.

E se diamo un giro al mappamondo? Presso gli indiani Yuma esisteva una classe di maschi, chiamati elsa, che si riteneva avessero subito  un “cambiamento di spirito”. Tra gli Indiani Cocopam erano detti  eLha i maschi con caratteri femminili fin dall’infanzia, mentre le femmine maschili erano note come war’hemeh. I Navaho, li chiamavano nadl E, negli Indiani della California erano i-wa-musp (uomo-donna), con un regolare grado sociale formalmente riconosciuto. Nel Madagascar i sarombavy e a Tahiti c’erano i mahoo. Nel Lango dell’Uganda, nell’Africa orientale, alcuni uomini vestono da donna, simulano la mestruazione, ed entrano tra le mogli di altri maschi. Presenti anche nella cultura dei Malgasci con i ts ecate, tra gli Onondaga dell’Africa del Sud-Ovest e tra i Diakite-Sarracolese del Mali.

Nel secolo scorso la città indiana di Lucknow ha visto il cambio di identità giuridica per inserire nelle liste elettorali femminili tutti gli eunuchi che lo richiedessero, in quanto non solo si erano sottoposti ad un intervento chirurgico che rendesse i loro genitali simili in tutto ad una vagina, ma anche il loro stile di vita era allineato a quello delle donne (Siddgui, T., e Rehman, M., Eunuchs of India and Pakistan, in Sexology). Nella cultura del subcontinente indiano, le persone chiamate hijra non vengono considerate né uomini né donne e hanno un ruolo di genere differente. Fra i nativi americani, esistono categorie di genere multiple e alcune persone vengono chiamate “due spiriti”. In alcune società polinesiane, le fa’afafine vengono considerate un “terzo sesso”: non sono discriminate, ma ritenute appartenenti ad un genere sessuale naturale (Tamasailau Sua’ali’i, Samoans and Gender: Some Reflections on Male, Female and Fa’afafine Gender Identities, in Tangata O Te Moana Nui: The Evolving Identities of Pacific Peoples in Aotearoa/New Zealand. Palmerston North Nuova Zelanda, 2001).

Sharyn Graham Davies, professoressa dell’University Tecnology Western Australia, ha investigato la forma in cui le società non occidentali costruiscono il genere attraverso caratteristiche come il vestirsi, il modo di camminare o parlare. Dalle sue ricerche è emerso che attualmente l’Indonesia, nel sud est asiatico, è uno tra i paesi più aperti, tanto che riconosce legalmente cinque generi distinti. Graham ha passato molti anni studiando la cultura bugi, il maggior gruppo etnico indonesiano, con tre milioni di abitanti a maggioranza musulmana. Nel loro idioma, i cinque generi si costruiscono combinando gli aspetti maschile/femminile biologici e psicologici: makkunrai donna femmina, oroani uomo maschile, calalai uomo femminile, calabai donna maschile, bissu sacerdote transgender. Secondo questa cultura, i generi non sono privativi o limitativi, ma flessibili. Interpretandoli come come una traccia in costante evoluzione è possibile uscire dalla riduttiva ideologia binaria maschile/femminile. In quanto costruzione sociale, i generi possono essere sempre modificati o ampliati, permettendo ad ogni individuo di essere ciò che si sente, senza doverlo stereotipare forzatamente in una delle due categorie.

Se siamo, quindi, tutti esseri viventi con pari diritti e dignità, e se è vero che cerchiamo di migliorare la nostra condizione di vita tramite progresso e tecnologia, perché non tenere in considerazione anche questi spunti? Certo, cambiare un modo di pensare consolidato nel tempo, indotto da personalità politiche e religiose, forse non è cosa proprio immediata. Dall’altra parte, alcuni eccessi per provocazione e/o protesta accentuano le incomprensioni, anziché risolverle. Prendere, però, coscienza che esistano altri modi di vedere le cose potrebbe essere un buon punto di partenza. La mente è come un paracadute. Funziona solo se si apre, disse Albert Einstein.

Fuck Pirlott, let’s rock

Lara Farinon per MIfacciodiCultura