A quale aggettivo risponde l’insieme delle norme e delle convenzioni che costruiscono l’esistenza di un individuo? Secondo Simone Pangia col suo ultimo romanzo La Grammatica (é) Feroce (Homo Scrivens, 2026). L’architrave esistenziale umana è puntellata di vizi, fragilità, malcostumi e brutture che fanno delle persone prigionieri della loro condizione, quasi inconsapevoli di guardarsi realmente, quasi impossibilitati a porsi in discussione e potersi liberare dalle loro condotte. Così l’umanità è un “Inferno” di vite solitarie, intrecciate loro malgrado, eppure tutte racchiude in un’unica società. Tutti figli della stessa “selva oscura”.
E’ così che, nella storia di Pangia, un condominio qualsiasi – un palazzone grigio e altissimo nel bel mezzo di una metropoli che ha le fattezze di Roma – diventa una vetrina umana di “gironi” danteschi. Una discesa agli inferi, fatta di piani, scale ed interni in cui abita ogni genere di bieco profilo umano.
C’è l’ignavo, il traditore, l’assassino, la stregona, la prigioniera delle sue psicosi, l’anoressica, la suicida, il blasfemo: una giostra di personalità traghettate su e giù nell’edificio dall’ascensore e corridoi puzzolenti. Ad accompagnarli c’è lo sguardo del custode del palazzo, Adolfo, che per tutti ha la stessa missiva: la convocazione della riunione di condominio alla presenza del “mitologico” Dottore. Una figura misteriosa, della quale nessuno sa nulla che non sia la sua fortuna economica sfacciata.
E’ una riunione alla quale tutti sono pronti a partecipare? E perché? Sono tutti pronti a prendere parte alla resa dei conti, al momento in cui potranno finalmente scoprire se e quando la loro casa – o forse, chissà, la loro vita – possa appartenergli davvero? O è un’esistenza imprestata la loro?
In un testo narrativamente ricercato, pluristilistico, dove il dramma – in perfetta corrispondenza con ciò che è la vita – oscilla tra la tragedia e la commedia; in cui lo stesso linguaggio lascia spazio a registri divertenti e altri molto più aulici (ricalcando anche in questo il Divin Poeta!), l’epilogo non può che essere legato ad un teatro.
In fondo cos’è la vita di cui siamo protagonisti? La nostra storia, la nostra messa in scena, il nostro “atto unico” e poco importa se la distanza temporale trascorsa dall’immaginazione dantesca aggiunge nuovi “peccati” all’uomo contemporaneo: è sempre la legge del contrappasso a governare le vite di noi tutti.
Tutto sommato, il noir di Pangia è il miglior modo di uno scrittore che non ha mai smesso di essere un giornalista di guardare ancora la società e raccontarla…
Antonia De Francesco per MIfacciodiCultura
Antonia De Francesco
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