Scrittore e drammaturgo dell’Ottocento originario della Sicilia, di Catania per la precisione. Se a questa sintetica presentazione aggiungiamo il fatto che si tratta di uno dei maggiori esponenti e iniziatori del verismo italiano, il nome non può che essere quello di Giovanni Verga (Catania, 2 settembre 1840 – Catania, 27 gennaio 1922).

I MalavogliaVerga nasce nel 1840, in una famiglia di piccoli proprietari terrieri: le umili origini sono una delle costanti che ritroviamo nei suoi romanzi e nelle sue novelle più famose, in primis nella raccolta Vita dei campi, che ha come protagonisti contadini, pastori e minatori (come Rosso Malpelo, giusto per citare un nome), ma anche in quella che oggi è probabilmente la sua opera più conosciuta, ovvero I Malavoglia.

L’esperienza di Verga in qualità di scrittore è da collocare in diverse città italiane, che saranno fondamentali per la sua produzione artistica e per l’evoluzione che la caratterizza nel corso degli anni. Partiamo logicamente dalla sua terra d’origine, la Sicilia, che a metà Ottocento è luogo di scontri e di violente sommosse popolari, come quella per l’abolizione della tassa sul macinato placata poi con la forza dal generale Nino Bixio. D’altronde sono gli anni delle guerre d’Indipendenza e dell’Unità d’Italia, che influenzano notevolmente il clima dell’epoca.
Oltre alla sua amata Catania, Verga trascorre parecchi anni della sua vita anche a Firenze, allora capitale del Regno d’Italia e luogo di ritrovo dei maggiori intellettuali italiani, e a Milano, città fondamentale per la nascita della sua nuova poetica.

Fotografia scattata da Verga

Nella seconda metà dell’Ottocento un altro elemento influenza in modo determinante il clima dell’epoca: il Positivismo. Proprio questa assoluta fiducia verso la scienza, la ricerca e il metodo sperimentale porta alla nascita, tra il 1875 e il 1895, del Verismo, corrente letteraria che vede in Giovanni Verga e Luigi Capuana i suoi due maggiori esponenti.
Su modello del Naturalismo francese, l’obiettivo dello scrittore diventava la “poetica del vero”, per riprendere la definizione che ne diede Capuana stesso: narrare i fatti realmente accaduti e ritrarre direttamente il vero, in tutte le sue componenti. È per questo che straniamento, impersonalità e uso del discorso indiretto libero diventano gli strumenti principe dell’autore che, pur restando la voce narrante delle vicende, finisce con lo scomparire all’interno dei suoi stessi romanzi.
Non ci si limita a descrivere nei minimi dettagli la realtà in cui è ambientata la storia, ma è lo stesso punto di vista che viene cercato (e trovato) nei personaggi rappresentati nella vicenda. È il punto di vista della collettività popolare, spesso superstiziosa o dominata dal proprio interesse e dall’egoismo, che trasporta pienamente il lettore dentro quella realtà, che non potrebbe altrimenti apparirci così vera ed autentica. Di conseguenza, diventa fondamentale anche il linguaggio, che riflette quello utilizzato nella vita quotidiana dai personaggi: un linguaggio povero, semplice e spoglio, ricco di proverbi e modi di dire, talvolta anche dialettali.

Lo stile particolare di Verga e la sua intensa ed apprezzata produzione lo rendono uno dei grandi scrittori del primo Novecento. È quindi il caso di un autore che raggiunse la fama mentre era ancora in vita, come ci mostra il discorso tenuto da Luigi Pirandello al teatro Massimo Bellini di Catania nel settembre 1920, in occasione dell’ottantesimo compleanno dello scrittore, che morirà il 27 gennaio del 1922.

Chi lavora con serietà, altezza e nobiltà d’intenti sa che conto si possa fare (e si debba dunque fare) della critica contemporanea, perché considera che non è possibile ai troppo vicini vedere dove e quanto uno scrittore nella sua opera sia riuscito a liberarsi della sua temporalità, vale a dire di tanti elementi, spesso incoercibili, che sono del tempo e nel tempo, e che concorrono naturalmente a condizionare l’opera.
Liberarsene vuol dire superarli, assorbendoli in una forma che sia per se stessa compresente d’ogni tempo.
Ora appunto questo la critica contemporanea difficilmente riesce a discernere, mentre ancora vivono e consistono quei temporanei elementi: se cioè un’opera si sorregga soltanto su questi, da tutti sottintesi, ma non da essa veramente assorbiti e superati.
E ne è prova il cadere, anche a breve distanza di tempo, di tante opere esaltate dalla critica al loro primo apparire, mancati quei sottintesi, quegli addentellati con cui per il momento si sostenevano; e ne è prova inversa il vedere, anche a non lunga distanza di tempo, altre opere risorgere e affermarsi su basi incrollabili, che la critica contemporanea aveva tentato d’abbattere.
Le due prove sono patenti nell’opera di Giovanni Verga, appunto.
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Alessia Sanzogni per MIfacciodiCultura