
Il famoso critico d’arte Roberto Longhi fu il primo, a metà del XX secolo, a riconoscere il ruolo giocato dai Visconti e dagli Sforza nel rendere il Ducato di Milano un importante centro d’arte nel panorama italiano del XV e XVI. Giusto sessant’anni fa, tra l’aprile e il giugno 1958, Longhi infatti curò la mostra Arte lombarda dai Visconti agli Sforza che simboleggiava «l’affermazione di un’identità, la dimostrazione della grandezza di una tradizione culturale e artistica, finalmente liberata dagli ultimi residui del lungo complesso d’inferiorità che l’ha ostinatamente tenuta in soggezione al confronto di altre regioni d’Italia». Questo suo intento programmatico diede risalto alle numerose commissioni artistiche e architettoniche volute all’interno dell’intero Ducato di Milano dai Visconti e dagli Sforza, i quali fecero della città di Milano non solo un centro principe per l’arte orafa e miniata, ma anche elevarono la città a importante centro dell’arte rinascimentale.
La storia di Milano s’intrecciò con quella del Casato visconteo già nel XIII secolo, ma fu solamente con il Trecento che essi stabilirono un effettivo dominio sul Ducato, potere che detennero fino a metà del Quattrocento.
La loro Milano fu la Milano del gotico internazionale: la fabbrica del Duomo di Milano cominciò i lavori nel 1387 sotto Gian Galeazzo Visconti, Signore di Milano, e attrasse scultori, architetti e maestranze dal centro Europa. Il loro mecenatismo si ricorda per il carattere fastoso e celebrativo, che coinvolse importanti artisti del periodo. Fecero costruire numerose dimore all’interno del territorio del Ducato di Milano, tra cui il Castello di Porta Giovia a Milano, il Castello Visconteo di Abbiategrasso e quello di Pavia. Nel Castello di Vigevano, nel 1360, Galeazzo II Visconti portò la sua ricca collezione di codici miniati realizzati da famosissimi artisti dell’epoca. Fu infatti proprio sotto i Visconti che Milano divenne il centro di arte orafa e miniata più importante d’Europa, tanto da essere ricordato come ouvrage de Lombardie.
La politica artistica viscontea venne proseguita dagli Sforza, che – dopo la morte dell’ultimo Visconti, Filippo Maria – poterono fregiarsi del titolo di diretti discendenti. Infatti, Francesco Sforza, che aveva servito i Visconti nell’esercito, aveva sposato la figlia del duca Bianca Maria Visconti, ultima discendente della famiglia. Il ruolo di Francesco nella pace di Lodi fece sì che egli divenisse un personaggio molto amato dai suoi contemporanei, incluso Niccolò Machiavelli. Per rimarcare questo carattere di successore legittimo, Francesco Sforza continuò a chiamare artisti viscontei quali Bonifacio Bembo alla sua corte. Fece inoltre ricostruire il Castello visconteo di Porta Giovia, che prese infatti il nome di Castello Sforzesco.
Tuttavia i sempre più frequenti scambi con altri centri italiani, in primis Firenze, fecero sì che con Francesco Milano fosse raggiunta dalle idee rinascimentali. Il primo contatto tra Milano e l’arte fiorentina fu grazie all’arrivo in città di Filarete nel 1451, al quale furono affidate la costruzione della torre del Castello sforzesco, il Duomo di Bergamo e l’Ospedale Maggiore di Milano, ora sede dell’Università Statale. Per Francesco, Filarete progettò una città ideale, la Sforzinda, all’interno del Trattato di architettura.
Sotto il profilo pittorico, vero capolavoro cittadino è l’interno della Cappella Portinari (gioiello architettonico voluto dall’agente mediceo Pigello Portinari che commissionò questa cappella funebre familiare in Sant’Eustorgio) affrescato da Vincenzo Foppa.

Sotto Ludovico il Moro, quartogenito di Francesco, Milano divenne propriamente rinascimentale. Alla sua corte giunse Leonardo da Vinci, di cui divenne patrono e mecenate, commissionandogli tra l’altro l’Ultima Cena, ma vi risiedettero anche l’architetto Donato Bramante chiamato a ricostruire la Chiesa di Santa Maria presso San Satiro, il miniaturista Giovanni Ambrogio de Predis, precedentemente ritrattista di corte di Massimiliano I d’Asburgo, e lo smaltista Caradosso Foppa, maestro di Benvenuto Cellini. Giovanni Ambrogio giunse a Milano su invito di Leonardo da Vinci. Il rapporto tra i due è alquanto misterioso. Si sa che de Predis fu incaricato di collaborare alla coloritura e doratura della cornice lignea dell’ancona della Vergine delle Rocce, che doveva essere posizionata all’interno della cappella della Confraternita della Concezione Immacolata nella Chiesa di San Francesco Grande.
La presenza a Milano di Leonardo da Vinci contribuì ad accrescere la fama della Milano sforzesca. Lì, infatti nacque una scuola di Leonardeschi (tra i quali Boltraffio e Andrea Solario) che, spostandosi sul territorio, diffuse lo stile di Leonardo in tutta la penisola italiana. Tuttavia, questo stile così fedelmente legato al grande Maestro cristallizzò questi allievi, impedendo loro di rendersi artisti indipendenti.
Cantava fuori dal coro solamente Bramantino, che – come si intuisce dal nome – si era invece legato allo stile di Bramante, il grande architetto che dopo aver vissuto a Milano si recò nella Roma papale dove favorì, presso la corte del pontefice, il suo concittadino Raffaello.
Eulalia Testri per MIfacciodiCultura
Eulalia Testri
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