Arte per l’arte: Volevo nascondermi miglior film ai David di Donatello
È innegabile la potenza sprigionata dai dipinti di Antonio Ligabue (1899-1965): i colori accesi, le linee sicure, la precisione dei dettagli raccontano con maestria una natura selvaggia che affascina lo sguardo dello spettatore. Paesaggi, animali, piante sono quotidianamente sotto gli occhi di tutti, ma nessuno sa vederli con l’acume di Ligabue. La sua produzione artistica celebra la vivacità e irrequietezza della natura, nella sua flora e nella sua fauna. Vivacità e irrequietezza sono stati anche tratti del carattere dell’artista: non era facile raccontarli, ma il regista Giorgio Diritti con Volevo nascondermi, vincitore del David di Donatello per il miglior film, è riuscito nell’impresa. Il film racconta il travaglio e la malinconia della vita di Ligabue, costantemente vittima di incomprensione ed emarginazione.
Il punto di vista è quello del protagonista: lo spettatore vede il mondo attraverso i suoi occhi, dalla Svizzera, terra dei genitori adottivi, a Gualtieri, cittadina dell’Emilia sulle rive del Po dove trascorse la maggior parte della vita, a Roma, dove venne celebrato in un’importante mostra. Una caratteristica pregevole del film è che lo spettatore può anche ascoltare le lingue parlate nei contesti vissuti dal protagonista: dal tedesco dell’infanzia, al dialetto reggiano che imparò dopo qualche iniziale difficoltà, all’italiano. Tutto è rappresentato con la massima cura: i luoghi in cui visse, le persone che incontrò, gli stati d’animo che lo animarono. Nella pellicola, su una quotidianità desolata, caratterizzata dalla precarietà e dalla solitudine, spiccano vibranti le sue grandi passioni: oltre alla pittura e alla scultura, la motocicletta. Attraverso tali passioni, progressivamente costruisce ed esprime un’identità personale che gli consente di liberarsi, almeno in parte, dell’arida etichetta di malato psichiatrico. Il film rappresenta benissimo la difficoltà di comunicazione di Ligabue con le altre persone, che lo osservano talvolta con diffidenza, talvolta con curiosità, ma mai con empatia. D’altronde, il mondo degli uomini, delle loro ambizioni, delle loro meschinerie, poco lo interessa: Ligabue è attratto dalla natura e dai suoi elementi, che è sempre attento a cogliere nei minimi dettagli: petali, foglie, piume, micromovimenti, forme, anatomie. Nel film, l’artista appare sempre a suo agio insieme agli animali, che osserva e imita per poi immortalarli col pennello, mentre invece appare incerto e a disagio in compagnia dei propri simili, che generalmente lo scrutano con distacco. Nel racconto cinematografico, è magnificamente rappresentata la meraviglia pressoché infantile espressa da Ligabue per il mondo che lo circonda: basti pensare alla scena della festa popolare dove emerge il suo entusiasmo nel guardare le acrobazie dei saltimbanchi e nell’assaggiare lo zucchero filato.
Ligabue è un adulto con la sensibilità di un bambino: solo attraverso la creazione artistica riesce ad avvicinarsi al prossimo, poiché, nella vita quotidiana, sia gli adulti che i bambini tendono ad evitarlo; ciò appare lampante in una scena particolarmente efficace in cui, in un cortile di una scuola, una maestra con gli alunni al seguito sceglie il tragitto più ampio pur di non avvicinarglisi. Nella maggior parte delle scene, Ligabue è distanziato rispetto alle altre persone, come se una barriera di cristallo sottile ma invalicabile lo separasse dagli altri esseri umani. La prova attoriale di Elio Germano nel rappresentare l’esistenza tormentata di Ligabue è magistrale: in ogni sguardo, in ogni gesto si palesano la fragilità e l’ingenuità dell’artista, così come emergono anche dai documentari. Tutto il film è un grande omaggio all’esperienza di vita di Ligabue, dalla disperazione al riscatto, ed è un invito all’empatia nei confronti dell’emarginato: un’empatia che in vita probabilmente non incontrò mai. Un merito del film è anche far trasparire il senso di sacralità che aveva la pittura per Ligabue: non a caso, prima di dipingere allontanava, con particolari rituali di gesti e grida, gli spiriti malevoli. La tela bianca era per lui un varco nella parete di incomunicabilità che altrimenti lo circondava per trasmettere all’esterno la propria visione del mondo; dipingere, pertanto, era per lui un momento delicato e solenne, che necessitava di un’adeguata preparazione. Il film, infine, è un omaggio ai luoghi di Ligabue, e specialmente ai paesaggi della Bassa Padana, che furono la sua vera casa: fu sul Po che trovò l’ispirazione artistica, tra gli alberi e le erbe selvatiche, tra le volpi, i galli, i cinghiali. Lì probabilmente si sentì sempre meglio accolto rispetto alle fredde stanze di Roma in cui venivano esposti i suoi dipinti, che allora come ora continuano ad affascinare gli spettatori per la loro incontenibile vitalità.
Arianna Capirossi per ArtSpecialDay
Arianna Capirossi
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