La prima cosa che mi urge dire è che questo libro non va letto, ma va sorbito come una tazzina di caffè: bollente, senza zucchero e a piccoli sorsi. Ricordatemi come vi pare (Mondadori, 2024) di Michela Murgia non è il tipico testo dal quale non riesci a separarti, uno di quelli da leggere tutto d’un fiato. La sua lettura mi ha, invece, proiettata come in una chiacchierata con “un’amica” di quelle che possono durare ore o riprese a più incontri al tavolino di un bar o nel salotto di casa.
Una serie di conversazioni pronte a toccare argomenti diversi: dalla vita privata, ai ricordi del passato, a temi di attualità. Esattamente quello che accade quando finalmente trovi il tempo di sederti a tu per tu con un’amica. E ci tengo a sottolineare l’immanenza delle persone coinvolte nella “chiacchierata”: è necessario che siano presenti nello stesso spazio e nello stesso tempo.
Le parole che si succedono in queste pagine di Murgia non sono quelle di una telefonata o una video chiamata; esse hanno quell‘intimità che si crea solo quando la comunicazione tra le persone coinvolte è aiutata da gesti, toni di voce, ma anche risate e commozione che si manifestano prevalentemente quando due persone sono a stretto contatto.
Ricordatemi come vi pare, dunque, non è un romanzo, non è un commiato, non è un fraseggio strappalacrime, è un’amica che conversa con alcuni interlocutori non solo nella realtà della stesura stessa del testo, ma anche metaforicamente con i suoi lettori. Tant’è che non è un caso che si tratti di un testo insolitamente più lungo rispetto alla tradizione alla quale Murgia ha abituato il suo pubblico: questo libro non nasce dalla scrittrice davanti alla tastiera, ma da racconto orale che affida a chi per lei metterà le mani sulla stessa.
E così Ricordatemi come vi pare prende davvero la forma di un saluto. Esattamente come gli amici che non si vedranno per molto tempo e che nel tempo condiviso, in questo caso quello della lettura (ma forse prima ancora della scrittura) cercando di darsi quanto più possibile…
L’impressione che lascia è quasi quella di una coccola, di una carezza, di una “consolazione”, perché in questa idea, ogni argomento trattato, ogni parola condivisa, sembra ancora un “caffè” con Michela Murgia che ti dice ancora ciò che pensa, che fa il punto delle situazioni, che ritorna un po’ in Sardegna, alla sua famiglia, alle sue origini, a quando era un’insegnante di religione o l’addetta di un call center.
A quando non sapeva mangiare con le bacchette la prima volta entrata in un ristorante cinese o quando ricorda la sua prima volta con un uomo dopo aver rifuggito il sesso per trentadue anni, dietro l’alibi della religione, per non sentirsi vulnerabile al sesso come “strumento”, così come aveva percepito che suo padre lo usasse nei confronti di sua madre.
Michela Murgia è in queste pagine quell’amica che ti dice quanto teme il “fascismo”, condividendo la visione di Umberto Eco dell’ “Urfascismo”; quello che crede degli intellettuali, della politica e della sua esperienza elettorale in Sardegna. E’ l’amica che ti parla della sua famiglia queer, dei suoi “figli d’anima” di come li ha visti crescere e diventare grandi, esattamente come fa una madre orgogliosa. Di come lei stessa sia stata una “figlia d’anima” di sua zia, la sorella di sua madre.
Tutto questo lo fa con una confidenza tale che come in ogni conversazione pregna di familiarità arriva ad usare anche il dialetto, o meglio la sua lingua, il sardo con tutto il suo senso antifrastico. Perché si sa il dialetto è la lingua del cuore e la usi solo quando ti senti “a casa”.
Ricordatemi come vi pare, perché quando qualcuno perde la sua forma fisica ognuno serba la sostanza che ha accolto…con questo libro, mi sarà perdonata la confidenza, ho ricordato “un’amica”.
Antonia De Francesco per MifacciodiCultura
"Ricordatemi come vi pare" è la chiacchierata davanti a un caffè con Michela Murgia
Antonia De Francesco
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