Mi è capitato di dire ad alcuni amici che dovevo scrivere un pezzo su Gustave Le Bon, e la risposta, piuttosto prevedibilmente è stata “ah, quello dei Duran Duran… Ma si chiamava Gustavo?”: decisamente, alle volte la realtà supera la fantasia e pare imitarla. Gustave Le Bon, invece, avrebbe forse potuto avere come oggetto di studio il ben più recente Simon, cantante dei Duran Duran, appunto, o meglio ancora avrebbe potuto interessarsi scientificamente di soggetti che scrivevano libri (…) dal titolo Sposerò Simon le Bon, per tacere di quelli che li pubblicavano e peggio ancora che li comperavano (per tacer del film).

Gustave Le Bon, invece, è stato un antropologo, psicologo e sociologo francese (Nogent-le-Rotrou, 7 maggio 1841 – Marnes-la-Coquette, 13 dicembre 1931), famoso soprattutto per aver posto le basi di una branca della psicologia: la psicologia delle masse.
Le Bon fu, infatti, il primo a studiare scientificamente il comportamento delle folle, che all’epoca stavano iniziando a diventare un nuovo soggetto di azione storica con gli sviluppi dell’industrializzazione e dell’urbanizzazione (pensiamo al famoso quadro di Pelizza da Volpedo, Il Quarto Stato, e infatti il pittore è coevo di Le Bon) cercando di identificarne i caratteri peculiari e proponendo tecniche volte a guidarle e controllarle.
Non serve poi un grosso sforzo di immaginazione per capire come nell’era di Facebook questa forma di indagine socio-psicologica sia particolarmente interessante ed attuale: in effetti, vuoi per la sovrappopolazione (sia di determinate Nazioni, sia a livello planetario), vuoi per la permanente esposizione mediatica a cui è soggetto un numero abnorme di individui, la psicologia della folla è un argomento di scottante urgenza. Del resto, i media ne parlano e la rappresentano in continuazione: per la violenza di gruppo è stato coniato, purtroppo, l’orribile e stolto termine il branco (dando connotato aggressivo e negativo a qualcosa che ha in natura valenza sociale, familiare e di mutuo soccorso); la politica, che è sempre al centro delle nostre esistenze, trova i suoi momenti di coesione in adunate che sono sempre oceaniche nelle speranze degli organizzatori, lo sport è da sempre motivo di raduno di folle, e fin troppo spesso folle è anche il comportamento di queste.

Applicando protocolli di studio scientifici che trae da un approccio clinico, Le Bon utilizza i concetti di contagio e suggestione per spiegare i meccanismi della folla che portano all’emergere dell’emotività dall’istintualità e dall’inconscio, altrimenti repressi negli individui dal controllo sociale.
Se comunque la psicologia della folla è un argomento connesso alla società post-industriale, va detto che il giudizio che possiamo ricavarne non può essere buono: “se tu sarai solo, tu sarai tutto tuo” diceva Leonardo da Vinci, e come lui intere folle (!) di studiosi, scienziati e luminari che nella solitudine trovavano tempi e modi per studi e scoperte. “Via dalla pazza folla”, scriveva Thomas Hardy. L’’opera maggiore di Le Bon fu invece la Psicologia delle Folle, pubblicato nel 1895: personaggi come Hitler, Lenin, Stalin e Mussolini lessero attentamente e studiarono il lavoro di Le Bon, che infatti fu accusato di aver contribuito alle teorie assolutiste, tanto più che addirittura il Mein Kampf fu elaborato usando le tecniche proposte da Le Bon. E a quanto punto, non ci sentiremmo affatto di escludere che anche il Ministro della Propaganda nazista, Goebbels, con la sua teorizzazione che una bugia ripetuta un numero sufficiente di volte finisce per diventare verità agli occhi delle masse, abbia studiato l’opera di Le Bon: che, comunque, da questo punto di vista, fu oggetto di interesse anche di Theodore Roosvelt.
«Ho letto tutta l’opera di Le Bon e non so quante volte abbia riletto la sua Psicologia delle folle. È un’opera capitale alla quale spesso ritorno», disse Mussolini: questo ovviamente non inficia la validità del lavoro di Le Bon, o almeno non più di quanto l’uso della bomba atomica sul Giappone fu una responsabilità morale di Robert Oppenheimer – o almeno non inficia l’interesse per tali studi. Non essendo la folla impressionata che da sentimenti eccessivi, l’oratore che vuole sedurla deve abusare delle affermazioni violente, scriveva Le Bon: e chi dubitasse della validità dei suoi studi, provi ad applicare questo solo concetto al perché è mai possibile che esista un fenomeno politico, tuttora, come la Lega Nord (coi suoi degni campioni, da Bossi a Salvinio passando per Borghezio).

Dobbiamo, però, dire una cosa: a fianco di tale lavoro sicuramente notevolissimo, Gustave Le Bon, forse colto da una specie di sindrome di onnipotenza infantile compì anche studi di fisica, finendo per elaborare una complessa Teoria dell’etere illuminifero, completamente rigettata dalla scienza successiva. Inoltre, avendo iniziato la propria carriera scientifica nel campo della nascente antropologia, Le Bon si rese anche inventore di un cefalometro tascabile, che non serviva a misurare i pesci ma i crani, con un interesse per forma e misure fin troppo in odor di frenologia.
Ma sono proprio questi aspetti un po’ puerili della sua opera a rendercelo simpatico (oltre che fondamentale per il suo lavoro serio): in fondo, nemmeno Apollo sta sempre con l’arco teso.
Nicolò Peroncini per MIfacciodiCultura
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