E Sara sarà (Armando Caramanica Editore, 2025) è il nuovo racconto firmato da Pasquale Scipione di cui protagonista assoluta è la “speranza”. Svilita, poco praticata, non è una parola ridicola e priva di senso, ma la sua assenza è tangibile nell’incapacità di pensare al futuro con fiducia, soprattutto alla luce di un’avventata e, quanto mai, “oltraggiata” interpretazione del carpe diem. Così le vite che si incrociano, sempre più spesso, sono arrendevoli, svogliate e prive della necessaria volontà di prendersi cura di se stessi e degli altri, nel senso più profondo del termine.
Da questa presa d’atto nasce E Sara sarà che si propone, per l’appunto, d’essere una storia di speranza che attraversa diverse delle angosce e dei tabù più attuali: gioco d’azzardo, debiti, assenza della famiglia, disturbi alimentari, negazione della necessità di un sostegno psicologico. La protagonista in persona, Sara, è alla ricerca della sua “grazia”, in un viaggio di dolore che attraversa i tredici capitoli di Scipione e che mescola il tempo della crisi con il tempo della riscossa, sostenuta da un caro amico, Gino.
Vuoi che Gino somigli molto alla saggezza, visto che è anagraficamente molto più grande di lei, vuoi che Gino incarni la provvidenza, la cura, o proprio la speranza, ma nonostante i fatti della vita si accaniscano contro di lei in un sovrapporsi di disavventure, piano piano si riscopre combattente e pronta a reagire.
Un aspetto del racconto questo che suggerisce la reciprocità del sostegno e l’eventualità che il processo di “guarigione”, sia un processo a due. Una visione che nel racconto di Scipione è resa anche stilisticamente con una narrazione che talvolta si sdoppia e diviene a due voci: i pensieri, le riflessioni di Gino e quelle di Sara, con l’opportunità di scendere a fondo nei pensieri ora dell’uno, ora dell’altro.
Così Sara, giovane donna, sposata, madre di una bambina, travolta da un atroce destino che mette a dura prova la sua persona, nonostante l’incubo di demotivazione e ansia che la destabilizza fino a farla vacillare completamente, mettendo in discussione tutta la sua esistenza, affronta i suoi dolori e riparte da se stessa, affrontando i dolori e le sofferenze del suo presente e concependosi nella sua interezza di donna come forse prima non aveva mai fatto.
Pasquale Scipione, in quanto autore, non è nuovo a racconti di questo genere. “Osservare, ascoltare, parlare della contemporaneità è per me [per lui, ndr] un’urgenza. L’attualità è una fonte inesauribile di ispirazione, soprattutto nei suoi spaccati più atroci, che mi [lo, ndr] spinge a mettere in parole riflessioni che da essa scaturiscono nel tentativo di provare a dare delle risposte. Così ogni testo, come questo diventa un viaggio, tra le persone e con le persone…” – scrive, ad esempio, nella quarta di copertina di quest’ultima pubblicazione.
Un piccolo testo prezioso nell’intenzione, nella stesura e nell’arricchimento legato alla presenza dei due dipinti, di cui uno in copertina, del pittore formiano maestro Giuseppe Supino; oltre che un disegno dell’amico di sempre dell’autore Mario Liberace.
Antonia De Francesco per MIfacciodiCultura
Antonia De Francesco
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