La storia di Alessia Berra non può essere definita una storia di coraggio, perché il coraggio implica la paura e questa atleta paura non ne ha avuta, anche se per molti anni ha indossato La criniera della leonessa (lab DFG, 2025), da cui il titolo del suo libro. La nuotatrice italiana ipovedente che ha vinto la medaglia d’argento nei cento metri farfalla femminile S13 alle Paralimpiadi estive di Tokyo 2020 è invece la protagonista di una storia di forza, disciplina e determinazione. La storia di una donna che ha fatto delle difficoltà delle opportunità per andare avanti verso i suoi obiettivi.
Sin dai primi mesi di vita, mamma Maria Antonietta e papà Claudio la “gettano” nell’acqua di una piscina ed è lì che rimane anche quando, crescendo, la sua vista va abbassandosi sempre di più. La diagnosi parla chiaro: è la sindrome di Stargardt, una retinopatia degenerativa che la porterà a vedere meno di un decimo. E’ bambina, la patologia progredisce, ma i suoi genitori neanche per un attimo pensano di tirarla fuori dalle corsie di acqua e cloro. Una scelta che si rivelerà importantissima per il suo futuro: non solo per i risultati in ambito sportivo che raggiungerà, ma soprattutto per l’impostazione che la sua famiglia le dà nei confronti della vita.
Lei può. Può andare a scuola, usando un leggio; può gestire la quotidianità, usando dei ritrovati tecnologici; può andare in bici, anche se poi si rivelerà troppo pericoloso per se stessa e per gli altri ed allora sarà Alessia a scendere dalla sella, non la sindrome a disarcionarla. Alessia può viaggiare, trasferirsi in Spagna per vivere col suo fidanzato di allora, laurearsi prima in Scienze Motorie all’Università di Milano e poi prendere anche la specialistica in Scienze delle attività motorie preventive e adattate. Alessia entra, nel Gruppo sportivo Fiamme Azzurre del Corpo di Polizia Penitenziaria.
Alessia può nuotare, usando la striscia sul fondale della piscina per rispettare la sua corsia, e diventare campionessa olimpionica.
Ricordi preziosi: Quando Alessia era a Tokyo, noi eravamo a Moena, in Trentino. Non avevamo potuto accompagnarla a causa della pandemia, così, in albergo, aspettavamo di vedere la sua prima gara. Abbiamo trattenuto il fiato per tutti i cento metri di gara – come sempre – e poi ci siamo guardati…era arrivata seconda! Ci siamo abbracciati ed eravamo in egual modo increduli e contenti. E’ stata una grande gioia e forse, oggi mi emoziono ancora di più nel rivedere quel capolavoro perché so che è tutto vero.
Tutto questo è stato possibile perché Alessia ha tolto la maschera della leonessa che ha indossato per molti anni: non per paura, più che altro per “spaventare”, per rendere palese il suo temperamento, ma la verità è che quando l’ha tolta ha scoperto e fatto scoprire davvero chi fosse.
Ed è presto detto. Una campionessa tanto nello sport quanto nella vita di tutti i giorni, e questo non per via della sua sindrome, ma perché tra un allenamento e l’altro Alessia è anche una pioniera nel campo dei progetti di inclusione nelle scuole, dove incontra le comunità studentesche allo scopo di incentivare la cultura del rispetto e della diversità attraverso lo sport.
Antonia De Francesco per MIfacciodiCultura
Antonia De Francesco
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