Siamo in Sardegna. Di nuovo. Ed una prima verità si svela: che sia l’isola natia dell’autrice Michela Murgia la custode, per lei, delle dinamiche umane più profonde ed autentiche? A suggerirlo è l’ambientazione nel paesino di Soreni per il romanzo Accabadora ed il ritorno nei vicoli della Marina o le spiagge del Poetto di Cagliari per il romanzo Chirù (Super ET, 2015-2016). Se con il primo racconto siamo però al cospetto della storia di una ritualità ancestrale che accompagna alla morte restituendole dignità, Chirù ha per protagonista Eleonora, un attrice teatrale di successo, che accompagna alla vita il giovane omonimo co-protagonista (Chirù).

Il loro rapporto – anagraficamente distante vent’anni – muove da premesse emotive comuni (si può essere orfani in tanti modi che escludano la morte dei genitori!), che fanno riemergere nella memoria di Eleonora schegge del doloroso passato famigliare che l’ha consegnata a quel presente di autarchia del cuore, in cui trova spazio quell’ inconsueto rapporto con Chirù.

Una relazione che nasce alla richiesta del giovane musicista ad Eleonora di farle da mentore – cosa che ha già fatto con successo (e non!) per altri giovani artisti – e che lei accetta perpetrando nuovamente una triade simbolica molto forte che le conferisce contemporaneamente, sfumando l’una l’altro, un ruolo di madre, amante e maestra.

La madre, l’amante e la maestra erano una triade simbolica che non poteva perdere neppure un tassello: le prime due si facevano la guardia a vicenda, e la terza ricordava a entrambe che il privilegio di quella tensione aveva il tempo contato. Sapevo di essere un insieme di queste cose, ma allo stesso tempo non ne ero alcuna pienamente. Proprio su qull’imcopiutezza si reggeva l’equilibrio che rendeva possibile l’affiancamento. Rinunciare a uno di quegli aspetti o assumere uno soltanto significava essere disposta a far sedere i miei demoni accanto alle persone di cui pretendevo di indirizzare il destino.

Così Eleonora – nonostante i tentennamenti iniziali – diventa una “guida”, fors’anche una sorta di “ispirazione”, ma non è un rapporto a senso unico: a sua volta respira la sua giovinezza, le sue “prime volte”, l’energia del suo essere acerbo. Si instaura tra i due un “gioco” di complicità, fatto di avvicinamenti e distanze, di aperture e “fughe” in avanti. Eleonora centellina i suoi insegnamenti – tant’è vero che la classica nomenclatura con la forma di “capitoli” lascia spazio alla parola “lezioni” – lasciando una traccia inossidabile e perenne: l’amore.

Un amore che va al di là delle forme comunemente note per raggiungere vette inesplorate o toccare fondi bui dai quali risalire. Un amore che si fa la più preponderante delle energie che può arrivare a chidere il sacrificio di noi stessi.

Una storia legata alla spiritualità e all’intimità di un rapporto a due in realtà diventa a sua volta “maestra” per chi legge, aprendo a riflessioni, ad interrogativi e ricerche nell’interiorità di chi nella vita sceglie di conoscere se stesso e di immergersi in rapporti autentici, in grado di lasciare traccia negli altri, tanto quanto in noi stessi.

Antonia De Francesco per MIfacciodiCultura