“Fiorisci in pieno inverno non è solo un libro, è anche un amico di cui non sapevamo ancora avere bisogno. E’ un fiore che non si coglie, si legge, si vive, e si colora. Così come il mandorlo fiorirà, questo libro vi emozionerà”.

E’ un brevissimo estratto della lunga prefazione firmata da Paolo Ruffini per il libro Fiorisci in pieno inverno (Edizioni Paoline, 2025) di Francesco Fiorillo. Ho scelto queste parole perché alla fine di ognuno dei 365 semi per ripartire ogni notte che equivalgono ad ogni pagina del testo, si può nutrire la netta sensazione di aver messo giù la cornetta del telefono che ha sostenuto la chiamata con un amico discreto e saggio che con poche parole, ogni sera, ha messo un punto di sutura ad una ferita aperta. Ha acceso un fiammifero nel buio di un ennesimo giorno volto al termine portando con sé sconforto e vi ha spalmato un balsamo lenitivo fatto di speranza.

Una speranza coltivata, giorno per giorno, dunque tutt’altro che filosofeggiata, ma praticata con la dedizione di chi corregge l’inclinazione del piano di prospettiva e comincia a capire che il suo modo di guardare alla vita, cambia la vita stessa. Poche parole serrate ma presenti – perché l’amore per se stessi e per gli altri è anche presenza – che quotidianamente ricordano al lettore che l’esercizio della gratitudine per ciò che è oggi e il più grande ristoro anche per l’anima più tormentata.

Perché don Francesco Fiorillo non intende persuadere di un’esistenza priva di dolore o di momenti di difficoltà, anzi è da quelli che parte, ricordandoci che se certi passaggi nella vita sono inevitabili, la sofferenza è invece una scelta.

Darle spazio, rimanere legati a doppio filo nella sofferenza e non scegliere di rispettare e reagire ai piccoli e grandi dolori è sempre una scelta. Per questo da nobile contadino ricorda ai suoi lettori che la “gramigna” – così come la sofferenza può diventare – la si può estirpare riempendo la terra di nuovi “semi”, sì come nuove consapevolezze.

“Se vogliamo uscire dalla terra che ci ha sommersi, abbiamo un dovere: rifiorire. […] Come il fiore di loto che nasce e rinasce dal fango, anche nei tempi più bui possono accadere cose bellissime. Là dove tutto sembra finire, può nascere un sogno che non si arrende. Conosco un solo gesto per fiorire: uscire!”.

E se il primo a farlo è stato Abramo; e se nell’attraversare le “notti” crediamo ci sia un Dio pronto ad ascoltarci, allora tutto queste parole diventano anche fede religiosa, ma restano innanzitutto fede nell’uomo e nella donna.

Così ne ho dedotto che l’Amore che ha guidato la mano di don Francesco nella stesura di questo testo è sconfinato e che quel “vento” che ha guidato lui al sacerdozio e poi alla Fraternità di San Magno a Fondi (Lt) è quello che si può auspicare per tutti: è il vento che in natura trasporta i semi che fioriscono anche d’inverno.

E allora quando si alza il “vento” – il “wind of change” – nelle parole dell’autore c’è il modo di starci dentro: “rimanere aperti”; “lasciare spazio ai piccoli miracoli”; “continuare a stupirsi”; “darsi del tempo”; e proseguendo, giorno per giorno, in parole poetiche c’è la goccia d’acqua di cui ha bisogno la terra per quel nuovo seme che il vento ha portato.

Alcune persone

vorrebbero che tu fossi diverso

perché non riescono

a stare con ciò che sentono

quando ci sei tu.

La tua libertà

potrebbe farli sentire in prigione.

La sua verità

potrebbe far sentire le loro bugie.

La tua presenza potrebbe farli sentire vuoti e inadeguati.

Ma spesso le persone

non vogliono che tu cambi,

vogliono solo sentirsi meglio

accanto a te.

Ma questo non succede.

E ti dicono: Meno luce

perché così non devono

guardare la mia ombra.

Chi ti chiede di cambiare

sta lottando sempre con sé stesso.

Mai con te.

Abbia compassione.

Ma tu resta integro.


Anche tu, anni fa,

non resistevi alla luce di qualcun altro.

Antonia De Francesco per MIfacciodiCultura