Ironica, graffiante, irriverente. A differenza di altre “sorelle” più dolci e aggraziate, la Satira è una musa arguta e sfacciata, a tratti grottesca, abile nell’affascinare attraverso quel sorriso amaro che diverte e, al contempo, fa riflettere. Una dea che, nel corso dei secoli, ha conquistato artisti e letterati, pronti ad ascoltare il suo canto per correggere, a colpi di penna e pennello, i (mal)costumi delle società di ogni epoca.
Sono trascorsi 150 anni dalla nascita del poeta Carlo Alberto Salustri, alias Trilussa (pseudonimo frutto dell’anagramma del suo cognome), che tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento scrisse numerosi apologhi in dialetto romanesco.
Ma cos’è l’apologo?
L’apologo è una sorta di racconto brevissimo, spesso in versi. Una specie di favola, briosa e dolceamara, destinata più agli adulti che ai bambini e caratterizzata dai contenuti allegorici e dall’epilogo moraleggiante.
Nel tomo incentrato sulla satira, tredicesimo volume della Storia universale della letteratura (Hoepli, 1883), l’autore Angelo De Gubernatis dedica ampio spazio all’apologo, definendolo come un “piccolo dramma in azione”, talvolta con tono grave, talaltra con spirito burlesco. In quest’ultimo caso, l’apologo giunse ad avere “il carattere satirico dell’improvviso fescennino (ndr. antico canto popolare latino, spesso goliardico e licenzioso, intonato durante i matrimoni) che getta lo scherno sui casi comuni della vita”.
Un testo fulmineo, insomma, volto a ironizzare sulle vicende quotidiane che coinvolgono l’uomo e a deridere il potere e i costumi celando, dietro le maschere e le bizzarrie di animali parlanti, un nuovo punto di vista, critico e pungente.
Tornando a Trilussa, nelle sue rime scanzonate, bestie, insetti, divinità e personificazioni varie (della Verità, dell’Amore, dell’Odio, del Destino…) dialogano tra loro. Ecco, quindi, una lumaca chiacchierare con un grillo o un lupo lamentarsi con Giove o ancora un cervo rivoluzionario non rassegnarsi ai confini di un recinto, mentre l’ignaro lettore, tra un sorriso e l’altro, vede scorrere sotto il suo naso vizi e virtù della commedia umana.
Ma Trilussa andò anche oltre i modelli cui si ispirò, arricchendo il repertorio del genere favolistico senza lasciarsi limitare da quelle etichette che, storicamente, contraddistinsero e caratterizzano tuttora alcuni dei tipici personaggi (la volpe furba, l’asino cocciuto, il cane fedele, il leone superbo, il gatto malizioso…) che possiamo incontrare in autori come Esopo, Fedro e Jean de La Fontaine. Un repertorio che, (qui sì) nel solco della tradizione, spaziava dalla satira politica, a quella sociale, passando per quella religiosa e anticlericale.
A tutto ciò, Trilussa aggiunse il piacere per la giocosità, la voglia di divertirsi e di divertire, senza l’afflizione di quella indispensabile conclusione moraleggiante (tipica dell’apologo) che, tuttavia, scaturiva quasi naturalmente dalla spregiudicata e irriverente penna del sagace autore romano, tragicomico cronista del suo tempo.
Nel 1934, in pieno fascismo, l’editore Mondadori pubblicò un libro contenente i cento apologhi più belli del poeta. Eccone uno, assolutamente esemplificativo, poiché ciascuno di questi meriterebbe di essere letto e goduto: uno specchio del mondo, grazie al quale la vanità cede il passo all’autocritica attraverso l’ironia.
La vipera convertita
Appena che la Vipera s’accorse
d’esse vecchia e sdentata, cambiò vita.
S’era pentita? Forse.
Lo disse ar Pipistrello: — Me ritiro
in un orto de monache qui intorno,
e farò penitenza fino ar giorno
che m’esce fòri l’urtimo sospiro.
Così riparerò, con un bell’atto,
a tanto male inutile ch’ho fatto…
— Capisco: – je rispose er Pipistrello –
la crisi de coscenza è sufficente
per aggiustà li sbaji der cervello:
ma er veleno ch’hai sparso fra la gente,
crisi o nun crisi, resta sempre quello.
Andrea Romagna per MifacciodiCultura
Andrea Romagna
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