“In una sera di Settembre 1945 muoio”

Il neonato Studio Ghibli nel 1988 dava alla luce due dei suoi capolavori. Proiezione abbinata per due storie ambientate entrambe in Giappone negli anni ‘50, con uno slogan che colpiva come una baionettata: “Siamo venuti a recapitare qualcosa di dimenticato”.

Prodotto e proiettato congiuntamente con Il mio vicino Totoro del maestro Miyazaki, Una tomba per le lucciole di Isao Takahata, nel suo essere cupo e malinconico è l’altra faccia dei sogni dai colori vivaci. Lontano dalle fiabe, si abbandona il registro fantastico, così fortemente caratterizzante la casa di produzione, per affrontare il tema bellico e diventare uno dei pochi esempi di animazione antimilitarista. Un abile studio di visioni invertite ma complementari, indispensabili una all’altra, come negativi fotografici. La fantasia come balsamo per fuggire e ottundere il presente, il surrealismo come finestra sul mondo, un binomio che ricorre con frequenza nella storia dello studio Ghibli. I due grandi maestri dimostrano l’inscindibilità del gruppo di lavoro, ribaltando anche negli anni successivi le prospettive, come con la fiaba delicata dai colori pastello de La storia della principessa splendente di Takahata ed il realismo antibellico in Si alza il vento di Miyazaki.

Controverso e poco pubblicizzato in Europa, il film di Takahata si conferma un lavoro d’epoca di grande atttualità, tratto dall’omonimo racconto autobiografico di Akiyuki Nosaka, autore distrutto dal senso di colpa per aver perso la sorella minore nel Giappone del 1945. La scelta stilistica è quella del realismo che scende nel dettaglio. Non è la guerra combattuta, ma quella subìta. Il film non guarda ai macro eventi del mondo, ma porta il focus sulla piccola storia, intima e personale, di due bambini, creando un legame quasi fisico tra i personaggi e lo spettatore. La narrazione, di 85 minuti densi e strazianti, conquista nel 1989 il premio “Special Award” ai Blue Ribbon Awards e nel 1994 al Chicago International Children’s Film Festival il premio della giuria per la categoria Film d’Animazione.

La struttura circolare, dell’inizio che spiega la fine, attinge ad una palette di aranciati e marroni, come una vecchia pellicola ed un ricordo lontano. I contesti immediatamente cupi e drammatici sottolineano un contenuto impegnativo. Le musiche di Michio Mamiya sono infinitamente tristi e avvolgenti. Gli aerei da guerra invadono i primi fotogrammi.

Il quattordicenne Seita e la piccola Setsuko di appena quattro anni sono due fratelli che cercano di sopravvivere tra gli attacchi della Seconda Guerra Mondiale in un Giappone ormai allo stremo. Quello che si racconta è uno spaccato, da giugno a settembre 1945, pochi mesi che però cambiano tutto. Nella realtà, Kobe subì tre grandi attacchi, quello del 5 giugno contò 11.000 morti e 21.000 feriti.

Nel film, i genitori non sono presenti. La mamma viene colpita nei bombardamenti e muore davanti agli occhi del figlioletto. Le larve fuoriescono dalle bande insanguinate, il corpo è dilaniato dalle granate. Anche il padre, ufficiale della Marina Imperiale, è lontano. Seita e Setsuko sono soli contro il mondo. Il ragazzino è un action hero irrisolto, in sintonia con il Ciclo dei Vinti (Verga, 1881), qualsiasi suo tentativo di recupero viene duramente stroncato dagli eventi. Tenta di prendersi cura di Setsuko, la protegge fin dal primo istante, anche nascondendole le notizie più terribili. La città è distrutta; migliaia di corpi carbonizzati sono sparsi per strada, i cadaveri sono accartocciati e ricoperti dalle mosche. Anche se non si ha più nulla, ci si considera fortunati ad essere vivi. La morte è maleodorante, associata agli insetti; per il netturbino è “schifo, sporcizia”.

Viene ritratta un’umanità terribile, egoista e crudele. Takahata riprende un mondo che dà il peggio di sé senza scrupoli e solidarietà, in contrasto con la purezza d’animo dei bambini. Il tema dell’insensibilità degli adulti deflagra prepotentemente. Il film è la voce di un grido di dolore inascoltato. Gli adulti sono disumani, come la zia scocciata nell’avere in casa i due orfani. “Vorrei proprio sapere perché chi sta a casa tutto il giorno a grattarsi la pancia dovrebbe mangiare come chi lavora per la patria, non mangerete più riso se non ve lo sarete guadagnato”. Per quanto i fratelli si prodigassero nelle faccende domestiche, preferiranno rifugiarsi in una caverna. “Un’abitazione è fatta di muri e travi; una casa è fatta di sogni e amore” (Emerson, 1803). Brutalmente picchiato per aver rubato una manciata di patate e pomodori, il ragazzo è sempre più disperato e sconfortato. Mentre tutti si nascondono nei rifugi, saccheggia le abitazioni mettendo a rischio la sua vita pur di prendere qualcosa per nutrire la sorellina. “C’hanno insegnato la meraviglia verso la gente che ruba il pane, ora sappiamo che è un delitto il non rubare quando si ha fame..” (De Andrè, 1973).

La cava abbandonata si trasforma con la fantasia, come solo i bambini riescono a fare. Il gioco, la caramella o un abbraccio diventano preziosi, perché non si può togliere tutto in un mondo così orribile. Proteggere chi è ancora più debole diventa l’unico sprone per sopravvivere. Un’altalena improvvisata, rane bruciacchiate e una zuppa puzzolente, ma ci si adatta (poi declinato in La vita è bella, Benigni 1997). Disperazione e resistenza, la sofferenza e la necessità di far ridere. Si può palpare l’emozione. Le colorazioni sono sature di dolore, marrone avvolto dalle fiamme, rosso, il non-bianco della canottiera sempre più sporca di Seita; il grigiore della fame e delle palle di pietra e fango che, anche provando a crederci, non diventano di riso. L’amore incondizionato dei fratellini è l’unico capace di trasmettere tenerezza in un panorama di desolazione. Questa notte spaventosa, per loro e per l’umanità, è rischiarata solo dai flebili bagliori delle lucciole, portatrici di sogni e speranze. I dialoghi sono basici: “pipì, fame, sete, mamma, cibo, soldi, lavoro…”, gli uomini regrediscono alle necessità primarie. Le polpette con terra e fango, universalmente comuni a tutti i bambini che giocano, diventano struggente disperazione. Ma di fame si muore. Lo spicchio di anguria arriva troppo tardi.

Alcune ragazze ben vestite tornano a casa, lamentano la mancanza del bel paesaggio e della musica del grammofono. I grattacieli della città svettano nello skyline. C’è chi ha perso tutto. Uno straziante viaggio a ritroso tra le riflessioni su quel che avrebbe potuto essere. Tutto è già successo, tutto è trapassato. La sera del 21 settembre 1945, nella stazione ferroviaria di Kōbe, un ragazzo muore di fame nell’indifferenza dei passanti. Possiede soltanto una scatola di latta. Il netturbino schifato ed annoiato smuove il cadavere, prende e getta la latta che gelosamente e fino all’ultimo Seita stringeva al petto. Quella scatola pochi mesi prima conteneva le caramelle alla frutta che Setsuko adorava, e che invece adesso, dopo essere stata la temporanea casa delle lucciole da portare dentro il rifugio come luce notturna, accoglie solo le ceneri della bambina. Rimane giusto il tempo per prenderla, rendersi conto che non contiene denaro e lanciarla via, nel prato di fronte. Ritornano le lucciole e con loro i fantasmi di Seita e Setsuko, stretti in un abbraccio, guardano la metropoli che ha costruito la propria nuova ricchezza su fiumi di sangue. “…per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti” (De Andrè, 1973).

Un film per molti versi difficile e complesso, diretto ad un pubblico adulto, permeato di una sensibilità e una poetica struggenti. I maestri dello studio Ghibli non hanno paura di presentare una storia distopica, anticommerciale, antibellica, atroce eppure umana. E’ una pietra miliare nell’arte cinematografica anche nella sua provocazione più violenta che lo affianca a Totoro. «Perché le lucciole muoiono subito?». Miyazaki e Takahata si sono sempre dichiarati contro qualsiasi guerra, i conflitti sono orrori che tolgono madri, padri, case, città, la vita. Restano solo la sincerità e l’innocenza dell’infanzia, l’amore dei bambini.

Fuck Pirlott, let’s rock

Lara Farinon per MIfacciodiCultura