Esplorando misteriose leggende – l’acchiappasogni – emerge come strumento per allontanare le energie negative, sostenere la crescita spirituale e proteggere i sogni di chi lo possiede. Un oggetto mistico e seduttivo divenuto il titolo di un romanzo del maestro dell’horror– Stephen King : L’acchiappasogni ( Pickwick, Sperling&Kupfer, 2013).

Si dice che questo oggetto – la cui origine è legata alle Americhe – venisse donato alla nascita a ogni bambino, che lo conservava per tutta la vita. In effetti è da bambini che nasce il legame tra Jonesy, Henry, Pete e Beaver quando, nell’immaginaria città di Derry ( la stessa dove King ha ambientato il romanzo It), salvano un bambino con sindrome di Down – Duddits Cavell – da un atto di bullismo. Duddits è dotato di un grande potere paranormale che, in segno di gratitudine, trasmette in minima parte anche ai suoi quattro nuovi amici. Così cominciano a “vedere la riga”.

Passa del tempo e i quattro amici, ormani adulti, si ritrovano nel Main ogni anno per la tradizionale caccia al cervo – che chiamano “Hole in the wall” – e ricordano sempre quell’episodio che ha cambiato le loro vite per sempre; ma il rituale incontro è sconvolto da un’invasione aliena, causata da un “macro-virus”, che gli scienziati chiamano “Ripley”. Per vincerlo sono loro, questa volta, ad aver bisogno di Duddits, cresciuto anche lui, seppur eterno bambino, e ridotto in fin di vita per colpa di una leucemia.

E’ una forza nemica che assume connotati paranormali quella che attacca i quattro amici nei cui animi si sviluppa, come tipicamente accade nei romanzi di King, il cuore della storia: c’è il sacrificio che si compie per un bene supremo, universale, e a farlo – in definitiva – è proprio l’uomo senza sovrastrutture, che ha un cuore “nudo” in grado di provare sentimenti genuini – Duddits – che, dunque, è l’unico a poter rappresentare l’ “eroe” nella misura in cui incarna la propensione dell’animo individuale in grado di salvare l’intera umanità.

Duddits è L’Acchiappasogni: sono i suoi fili intrecciati al cuore a tenere lontano il male e a fungere da ammuleto; è la sua lenta pacatezza e determinazione ad aiutare gli amici – che si oppone al ritmo vertiginoso dell’azione degli altri protagonisti – a incarnare i più profondi meccanismi della memoria (che dominano la scena) e il coraggio di essere umani e, così, sconfiggere gli “alieni”.

E dire che il titolo di questo romanzo, secondo alcune informazioni che circolano sul web, non sarebbe stato neanche quello scelto dall’autore, che pare avrebbe preferito Cancro, ma quello voluto dall’editore. In effetti se la scelta evidentemente deriva dal talismano Cheyenne che i protagonisti tengono in bella mostra nella loro baita, in vero – forse – è effettivamente più efficace nel chiudere il cerchio del senso profondo di questa narrazione, dal momento che si tratta di un oggetto che nel cui essere si compie il bene intrappolando il male.

Così appare il livello metaforico anche dell‘alieno, non già come essere vivente di altri pianeti, ma come quanto di “opposto” rispetto all’uomo, messo in pericolo dall’estranietà che taluni sentimenti lontani dalla dimensione realmente solidale ed umana – “alieni” – metteno in pericolo tutto il mondo. Tant’è che l’immaginario dello scrittore lo concepisce come un “macro-virus”: qualcosa, quindi, di infettivo, di contagioso – questo atteggiamento – di cui limitare la diffusione.

Un romanzo, insomma, di cui non brilla – rispetto ad altri – la storia in sé, ma di cui cattura questa sorta di “sottotesto” che ha tanto a che vedere con gli uomini e il loro vivere; qualcosa sulla quale, complice la lunga degenza a cui era costretto l’autore – vittima di un bruttissimo incidente stradale – nei mesi della stesura, King deve essersi ritrovato a riflettere.

Antonia De Franceso per MIfacciodiCultura