#1W1W – Il concetto di resilienza e il mito dell’araba fenice
La parola che oggi proponiamo per la rubrica One word one week di ArtSpecialDay è resilienza. Si tratta di un vocabolo dal suono desueto e ricercato anche se sembra essere diventata una parola glamour e di tendenza sui social, solitamente accompagnata dal rispettivo hashtag e da selfies o citazioni più o meno famose che inneggiano o esortano a seguirne pienamente il significato. Una tra tutte è la celeberrima frase di Nelson Mandela, la quale ricorda che un sognatore è colui che non si è mai arreso.
Etimologicamente, la parola resilienza deriva dalla forma iterativa latina re-salire, ovvero saltare (salire) ripetutamente (re-), e rappresenta, nella scienza dei materiali, la resistenza alla rottura a seguito di urti e, in ambito psicologico, associandola con il significativo gesto dei marinai di risalire sull’imbarcazione capovolta dalla forza del mare, la capacità di reagire di fronte a traumi e difficoltà andando avanti senza arrendersi.
La resilienza è dunque un’attitudine di cui, se pur senza mai denominarla, abbiamo tendenzialmente quasi tutti fatto esperienza fin da bambini grazie ai nostri genitori. Ogni caduta dalla bicicletta era compensata dal rialzarsi oppure, confrontandosi con qualche grave perdita, la parole di conforto hanno sempre stimolato alla resilienza, a uscire forti dalla situazione di dolore, magari rinnovati o rinvigoriti. La resilienza è un atteggiamento insito nell’uomo di ogni epoca che vede nella vita una natura quasi matrigna che lo sottopone a una continua corsa a ostacoli da saltare ripetutamente. Tale capacità, di cui i ricercatori cercano ancora di capire l’origine a livello neuronale, viene infatti anche definita come capacità di adattamento che subentra a seguito di situazioni di crisi. Pertanto la sua nascita in ogni individuo può iniziare indistintamente a ogni età e può essere accresciuta proporzionalmente alle difficoltà incontrate nella vita: mi piego ma non mi spezzo e quanto più provi a piegarmi tanto più io resisto.
L’idea più suggestiva per simboleggiare la resistenza è il mito dell’araba fenice, come già Carl Gustav Jung affermava. Questo sfavillante uccello di fuoco capace di risorgere dalle proprie ceneri dopo la morte viene per la prima volta descritto nell’antico Egitto identificato con Bennu, un uccello associato alle piene del Nilo, al sole e alla morte. Il mito, secondo Ovidio, narra di una rinascita ogni 500 anni sotto l’albero del bene e del male con lo scopo di acquisire dopo ogni vita maggiore saggezza. Per questo motivo, la fenice è solita tre giorni prima della sua morte costruire un nido con materiale prezioso e minuziosamente ricercato (bastoncini di cannella, di quercia, nardo e mirra) per poi morire in una spettacolare autocombustione. Tre giorni dopo essa risorge più forte di prima.
Il mito della fenice ben rappresenta l’uomo sia a livello globale sia individuale. Dal punto di vista più generale, il mito della fenice rappresenta la capacità dell’umanità resiliente, per citare Pascal, di crescere e imparare dagli ostacoli già superati delle generazioni precedenti per puntare a nuovi ostacoli, a nuove capacità e conoscenze.
Da un punto di vista più personale, invece, la preparazione del nido può rappresentare la raccolta di quegli elementi su cui fare forza, se lo vogliamo, nel momento della rinascita. Analogamente con il discorso universale, le nostre ceneri così come il nostro passato faranno sempre parte di noi e le utilizzeremo come base per costruire ciò che saremo in futuro. Tuttavia, parafrasando Viktor Frankl, neuropsichiatra e fondatore della logoterapia, sebbene un’esperienza traumatica sia sempre negativa, la reazione alla stessa è strettamente personale. Sta a noi scegliere se rialzarci e riprendere in mano la nostra vita risorgendo trionfanti dalle ceneri o abbatterci.
Il dilagare odierno del concetto di resilienza può essere quindi considerato come l’espressione di un malessere che le nuove generazioni stanno affrontando nei confronti di un mondo caratterizzato da una crisi emotiva di dilagante insoddisfazione e intima solitudine se pur pieno di benessere e folla circostante. Ecco, sta a noi trovare gli elementi per costruire il nido per morire al malessere e rinascere a vita nuova ricordando che, dopotutto, domani è un altro giorno.
Lisa di Iasio per MIfacciodiCultura
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