Bellezza e poesia: un binomio filosofico di lunga data
Che cos’è Bello? O meglio, che cos’è il Bello? Perché, se una cosa è Bella sembra dover esistere necessariamente un altro qualcosa che faccia si che questa sia appunto Bella. Le domande sul Bello, e sui concetti che ad esse si legano, come ad esempio buono, giusto, accompagnano la filosofia fin dai suoi esordi. Sono, infatti, già tipiche del mondo greco, orizzonte nel quale si costruisce quella convinzione, radicata in Occidente fino al XVIII secolo, che Bello, seppur con tutte le varianti teoretiche del caso e le eccezioni, è l’altro nome dell’equilibrato e dell’armonioso, un calzante vestito nominale per tutto ciò che accarezza in modo pacifico i sensi. Non che a partire dal Settecento questa visione sparisca, tuttavia nasce e cresce sempre di più, accanto ad essa, nella riflessione estetica, la nozione ed il concetto di Sublime, un Bello speciale, che sa essere bello essendo anche brutto: è sublime ciò che ci scuote, non ciò che asseconda la nostra esigenza di perfezione. E così rientrano in questa nuova categoria che col Bello ha tanto a che fare quanto poco a che spartire, sia i tramonti sul mare e il Doriforo di Policleto, sia l’orrore di un omicidio e i ritratti degli alienati di Gericault. Detta in una formula, Sublime è ciò che apre un baratro eccitante davanti all’uomo, Bello è ciò che colma questo baratro e permette all’uomo di camminarvi sopra sicuro: il Bello è una debolezza, la manifestazione di una mancanza esplicita, la ricerca di una conferma salda contro l’incertezza dilagante dell’esistenza. Il Bello, facendo credere in una regola, mette al riparo dall’istinto umano, reprime l’esagerazione ed elimina il colpo di testa: esso è chiaramente un prodotto dell’uomo, mentre il sublime è un costituente naturale. Come sostenere una tesi di questo tipo? Basti pesare al fatto che sul Bello c’è, o si cerca, accordo da millenni, mentre per il sublime (lo stupefacente, in certa misura) si registra maggiore libertà: questo è un campo dove è più complesso mettere dei paletti, delle norme, e così per qualcuno è sublime il mare che spumeggia, per altri il cruento spettacolo della Corrida.
C’è nella storia della cultura un campo in cui il Bello ha sempre trovato uno spazio privilegiato d’appoggio e di fortuna: la poesia. La poesia ci viene insegnata Bella perché sa parlare di tutto, anche dello strazio e della sofferenza, in modo armonioso, grazie al suo incedere ritmico e cadenzato. Nella poesia il Bello si fa metodo, abbandonando il suo richiamo al contenuto e puntando l’accento sull’importanza che il linguaggio assume nel trasmettere le esperienze ed i pensieri. Bello e poesia sono stati eletti da millenni a componenti di un binomio universale, che come ogni credenza di questo tipo, accettata come sostrato culturale sedimentato, merita di essere analizzata e messa in discussione. Storicamente, il mattatoio della riflessione meta-poetica e meta-estetica è la filosofia: già Platone si occupò della questione. Nella Repubblica, infatti, il filosofo espone una pessima opinione della categoria di chi le poesie le compone, i poeti, descrivendoli come un danno ed un rischio per il modello del suo stato ideale, nel quale essi avrebbero potuto spargere il seme dell’adagiamento e dell’inattività intellettuale, essendo la poesia sempre copia e mai ricerca attiva, dunque vana parola che non porta conoscenza positiva. La poesia, considerata da Platone emanazione divina (di cui dunque il poeta è solo braccio) e non opera umana, corrompe il sapere filosoficamente inteso, in favore di una “conoscenza” misticheggiante e moralmente instabile (non era una rarità che i poeti rappresentassero gli dei in modo molto negativo).
Se Platone considerava la poesia un oggetto dell’altro mondo, utile a dare qualche presagio ti tipo religioso ma non a fornire vera e genuina conoscenza, da uno stesso presupposto di alterità dell’atto poetico rispetto alla nostra dimensione terrena, muove anche la riflessione filosofica di un pensatore che viene più di duemila anni dopo il greco: il tedesco Martin Heidegger. Nella sua ricerca ontologica, la poesia ha, quasi in modo stupefacente (ridicolo per i suoi coetanei neopositivisti, che lo accuseranno da tutte le direzioni tentando di farlo passare per un venditore di aria fritta), un ruolo centrale: è, infatti, essa che sembra sciogliere quel nodo strettissimo che appare l’Essere. Questa posizione muove, innanzitutto, da una centralità data dal filosofo al linguaggio nella questione ontologica, tanto che, citando un verso di Stefan George, afferma che «Nessuna cosa è (sia) dove la parola manca»: le cose sono in qualche modo perché le chiamiamo e l’uomo è perché può chiamare le cose. Come ci ricorda da Hölderlin e l’essenza della poesia, testo in cui erige a poeta-modello, appunto il tedesco Friedrich Hölderlin (1770-1843), «La poesia è istituzione in parola dell’essere», presentando implicitamente una storicizzazione dell’essere che si genera in contato con il fare poetico umano.
Ma chi chiama le cose meglio del poeta? Heidegger, contrariamente a Platone, vede nel poeta una figura cui affidare il destino dell’umanità: in Lettera sullUmanismo, non a caso afferma a tale proposito che «Il destino del mondo si annuncia nella poesia». Ma chi è il poeta heideggeriano? Potremmo definirlo un semidio, un uccello, perché sa stare in quello spazio dove nessun uomo comune può stare, a metà tra la profondità infinitamente alta del cielo (Dio) e l’elevata profondità della terra calpestata. Il poeta è un ponte e come nella vita pratica i ponti hanno, possiede una funzione pratica e sociale: unisce, con la sua sensibilità altra, ciò che per frattura è staccato e col suo appellare poeticamente dà senso a ciò che chiama e, allo stesso istante, a chi ripete ascoltando le sue parole (l’Esserci, l’uomo). L’uomo, determinato dal e nel linguaggio, comprende (per quanto possibile) se stesso e il mondo in un particolare tipo di linguaggio: la poesia.
Dare giudizi filosofici sulla poesia è davvero complesso, tuttavia deve essere anche particolarmente stimolante: non può, infatti, essere solo una coincidenza il fatto che la stragrande maggioranza dei pensatori, dall’antichità al Novecento, abbia dedicato nel complesso della propria cattedrale filosofica una colonna, una guglia o un rosone alla riflessione estetica e, in particolare, alla questione della poesia.
Francesco Girolimetto per MIfacciodiCultura
Francesco Girolimetto
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