Artemisia Gentileschi, protagonista assoluta del suo tempo
Artemisia Gentileschi (Roma, 1593 – Napoli, 1653) è da sempre un modello di riferimento, nel mondo femminile come paladina di una forza che l’ha portata a reagire alla violenza subita e, nel mondo nell’arte come la più grande pittrice del Seicento in grado di distinguersi per uno stile unico ed espressivo.
Artemisia ha la capacità di stare fuori dal suo tempo. Il suo stile inconfondibile emerge tra tutti i suoi contemporanei, esposti in mostra accanto a lei. 95 opere totali, importanti prestiti provenienti da tutti i musei del mondo, che cronologicamente seguono il percorso stilistico di Artemisia maturato tra i soggiorni a Firenze, a Roma, a Napoli e nelle brevi parentesi di Venezia e Londra.
La prima formazione avviene presso la bottega Gentileschi, dal padre Orazio, che le insegnò a dipingere ciò che osservava, l’arte del naturalismo. Nell’opera Susanna e i vecchioni (1610) emerge tutto il talento di una sedicenne autodidatta che sviluppò la capacità assoluta di ritrarre la figura umana. Rispetto alle opere contemporanee di naturalismo caravaggesco, confrontabili in mostra, come il David di Orazio e la Maddalena in meditazione di de Ribera, l’espressività dei personaggi di Artemisia, il dettaglio dei loro corpi e i colori brillanti sono irripetibili. Nessun’altra opera contemporanea riesce ad esprimere il nudo femminile in modo così verosimile. Il personaggio di Susanna, crucciata per la tentata violenza e la posizione scomoda in cui si trovava, sembra esprimere tutta la psicologia di Artemisia stessa. Abilità che viene maturata dipingendosi allo specchio, studiando se stessa in modo diretto e scrupoloso.
Nel soggiorno fiorentino, tra il 1613 e il 1620, per sfuggire al pensiero dei difficili momenti della violenza e del processo, si dedica alla pittura lavorando per Cosimo II dei Medici. L’incontro con i pittori del Seicento fiorentino, primo fra tutti Cristofano Allori, sono stati determinanti per lo sviluppo dei suo linguaggio artistico. La tavolozza di Artemisia si arricchisce dell’oro e del vermiglio, le composizioni diventano più eleganti, la pennellata si ammorbidisce diventando sempre più preziosa. Rispetto al suo tempo – e anche rispetto al padre- matura autonomamente uno stile personale e in continua evoluzione. Artemisia, come una spugna, assorbiva insegnamenti da ogni città e da ogni artista che la ispirava.
Capolavori indiscutibili, dalla Giuditta con la sua ancella alle due versioni di Giuditta che decapita Oloferne, che da Capodimonte verrà concessa solo a febbraio. Da Ester e Assuero in prestito dal Metropolitan Museum di New York, ai confronti con la Lucrezia di Simon Vouet e alle opere di Paolo Finoglio nell’ambiente napoletano. Qui lo stile di Artemisia è attento alla teatralità della scena, le luci invadono e impreziosiscono i panneggi delle stoffe dai colori sgargianti.
L’imperdibile mostra, voluta da tempo, pensata da tre curatori, è un vero e proprio riscatto per la figura di Artemisia che finalmente si separa da quel ruolo di paladina femminista che da sempre le viene attribuito e si mostra per quella che è: una pittrice eccezionale, capace di eccedere non solo in un mondo dominato da uomini ma tra i grandi protagonisti del Seicento.
Alejandra Schettino per MIfacciodiCultura
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