Cosa hanno in comune Fabrizio De André, Francesco Guccini, Bob Dylan, Leonard Cohen, Pierpaolo Pasolini, Josè Saramago, Erri De Luca (e mi fermo qui perché l’elenco potrebbe essere ancora lungo soprattutto muovendoci indietro nel tempo)? Ognuno di loro, in modo personale e differente, ha trovato ispirazione nel Vangelo o – meglio ancora – lo ha letto, interpretato, cercandone l’essenza, una dimensione umana, sicuramente quell’amore universale che unico e solo rimane alla base dell’insegnamento di Cristo.

Non è un caso dunque ritrovarli nelle citazioni di Dino Pirri, sacerdote della diocesi di San Benedetto del Tronto, che si colloca, con i suoi testi, in questa ricerca e, non da meno, lo fa con Lo strano caso del buon samaritano – Il Vangelo per buoni, cattivi e buonisti (Bur – Rizzoli, 2024) .

E’ facile cadere in errore considerando la premessa parte essenziale e pregiudicante della prospettiva: Pirri è un prete va da sé che la sua focalizzazione interna preannuncia una visione posata e canonica. Non è così. E lo si intuisce subito da quel sottotitolo che mi ha fatto pensare a Don Andrea Gallo, il parroco che interpretava in modo profondamente inclusivo e legato alla realtà sociale il Vangelo, inteso come una chiamata all’azione concreta dalla parte di coloro che vengono etichettati come gli “ultimi”.

Come Don Gallo, Don Pirri dialoga implicitamente con tutti – atei, miscredenti, fedeli di altre religioni – credendo in un Dio e in un Vangelo che non esclude, bensì costruisce giorno per giorno proprio nel contatto umano anche con buoni, cattivi e buonisti. D’altra parte, la parabola dalla quale parte l’esperienza narrativa dell’autore in argomento è proprio quella del “Buon Samaritano”, che anche per Don Gallo era in qualche modo il cuore del Vangelo.

Oggi di feriti per strada ce ne sono molti e colui che si ferma, sporcandosi le mani per amore del prossimo, forse qualcuno in meno di quanto ci si auspica. Quel qualcuno in meno, talvolta, comprende anche in quella Chiesa troppo distante dalla realtà, chiusa nei suoi uffici, nei suoi riti, nell’istituzione più di quanto sarebbe necessario invece vederli per strada.

La straordinarietà della riflessione di Pirri – contraddicendo qualsiasi preconcetto – parte dunque proprio dal chiedersi chissà perché, quando un prete è un buon prete, si dice che non sembra un prete. Parte da qui – dalla necessità di dare al Vangelo una dimensione meno letterale e anacronistica, una nuova linfa vitale, una traduzione aderente all’umanità contemporanea.

E fa anche di più: mette anche se stesso in discussione, a servizio della pagina, e non fa del Vangelo solo la dimensione umana sotto la quale leggere la società, il mondo che lo circonda, ma anche il vocabolario per leggere la sua vita. La sua esperienza personale di cammino nella fede e in un mondo che la contraddice, sconfessandone spesso i principi d’amore e misericordia.

E’ così che, nella lettura, si chiede e ci chiede cosa renda davvero felice una vita; quale sia il nostro posto nel mondo; cosa significhi amare e quanto sia ancor più difficile lasciarsi amare, mostrarsi quindi vulnerabili e fidarsi.

E’ così che questo libro si fa dialogo e riflessione. Se vogliamo si fa “parabola” nella misura in cui sfida le logiche comuni, stimolando nuovi pensieri e consapevolezze; si fa confronto tra i cuori di chi legge e prova a comunicare una verità profonda senza imporla, ma lasciandola maturare.

Così alla fine, c’è chi di fronte al “Pescatore” spezzerebbe il pane e verserebbe il vino e chi… dovrà ancora imparare a farlo.

Antonia De Francesco per MIfacciodiCultura