«Nessun soggetto è terribile se la storia è vera e onesta, e se esprime coraggio e grazie nelle avversità». Così l’Hemingway di Woody Allen definisce la scrittura in Midnight in Paris (2011). In quale modo potremmo noi definire la poesia di Umberto Saba (Trieste, 9 marzo 1883 – Gorizia, 25 agosto 1957) se non “onesta”?

Umberto Saba

Se ci è concesso un piccolo gioco di parole, l’unico infingimento dell’opera di Saba sta proprio nel cognome, ché il vero nome del poeta era Poli, mentre Saba fu un omaggio alle origini ebraiche della madre, dato che in ebraico Saba significa “nonno“. Per il resto, la cifra stilistica, etica e morale di Saba è l’onestà: onestà per il linguaggio, semplice ed immediato, lontano dalla ricercatezza manzoniana, ma onesta anche e soprattutto per i temi trattati: Saba scriveva quello che il giorno gli offriva. L’incredibile ed apparente noia dello sciogliersi di una giornata qualsiasi. Ed è così che nelle poesie del poeta troviamo la sua Trieste, con le sue vie e i suoi mille luoghi d’incontro, il mare, tema ricorrente a simboleggiare la fuga, gli amori personali, l’infanzia, le riflessioni sulla natura e sul rapporto con essa: tutti temi che Saba, come scrisse nell’articolo Quello che resta da fare ai poeti, (sorta di manifesto programmatico personale, soprattutto) dipingeva con assoluta serenità linguistica, unica via, secondo il poeta, per far in modo che le emozioni e i sentimenti si facessero largo ovunque e fossero fruibili da tutti.

Tutta la sua poetica venne senza ombra di dubbio caratterizzata dalla difficile infanzia. Crebbe, infatti, senza una figura paterna e per i primi anni di vita venne allevato solo dalla tata slovena Gioseffa Gabrovich Schobar (conosciuta come Peppa Schobar), per la quale Umberto nutrirà sempre un profondo affetto, tanto da considerarla “madre di gioia”, mentre solo in seguito andrà a vivere con la madre e due zie.

Tutta la sua vita venne caratterizzata da periodi di forte depressione, che lo porteranno a ritornare spesso nella sua amata Trieste, evidentemente vista come un antidoto ad un mondo spietato in cui non vi è spazio per la semplicità della poesia.

Tuttavia le collaborazioni con i giornali si faranno via a via sempre più intense e, grazie alle prime pubblicazioni di poesie (Poesie, Trieste e una donna, l’atto teatrale Il letterato Vincenzo) il nome di Umberto Saba inizia a riecheggiare nei salotti mondani dell’epoca. Tutto ciò, purtroppo, non cancella la difficile infanzia e i problemi legati ad essa, se poi pensiamo alle difficoltà che la famiglia Saba fu costretta a passare a causa delle proprie origini ebraiche durante i due conflitti mondiali: non ci sorprende scoprire che Saba era soggetto a forti crisi nervose e depressive. Crisi che lo porteranno, agli inizi degli anni ’30, ad entrare in analisi con il dottor Edoardo Weiss, stesso medico di Italo Svevo.

Nella vita di Saba ci sono state innumerevoli amicizie importanti, ma le più significative furono senz’altro quelle con Ungaretti e Montale, i quali, il primo ospitandolo, il secondo con visite giornaliere, lo aiutarono nei difficili giorni in cui le leggi razziali trasformarono l’Italia in un covo di paura e delirio.

Il dopoguerra lo vedrà a Roma e Milano, a collaborare col Corriere della Sera, a vincere il Premio Viareggio, a pubblicare una raccolta di aforismi da titolo Scorciatoie e una sorta di commento al proprio Canzoniere con un altro, estemporaneo pseudonimo, Giuseppe Carimandrei; dopo altri, prestigiosi premi, la laurea honoris causa da parte dell’Università La Sapienza di Roma andrà a coronare un percorso e un ruolo di spicco nella cultura italiana.

Ironia della sorte, Saba non muore a Trieste, città di scontrosa bellezza cui tanti versi aveva dedicato, tra cui quelli struggenti che vengono ricordati in una targa stradale nel capoluogo giuliano, che per il suo Saba prova ancora affetto: «C’è a Trieste una via dove mi specchio / nei lunghi giorni di chiusa tristezza: / si chiama via del Lazzaretto Vecchio».

Umberto Saba si spegnerà a Gorizia, dove si era fatto ricoverare in una clinica nel 1955, da cui sarebbe poi uscito solo per il funerale dell’amatissima moglie che seguì a soli nove mesi di distanza, nell’agosto del 1957, lasciando incompiuto un romanzo, Ernesto, e donandoci una epigrafe che lo racchiude tutto:

Parlavo vivo a un popolo di morti.
Morto alloro rifiuto e chiedo oblio.

Nicolò Peroncini per MIfacciodiCultura