Damiano Conti Borbone è un giovane artista emergente cremonese. Classe 1992, aria sbarazzina, ma al contempo disincantata, le sue caratteristiche “somatiche” le traspone perfettamente nella sua arte. Non è il classico artista che ti riempie di paroloni e pone l’accento sul concettualismo -o presunto tale- contemporaneo, semmai sembra quasi non prendersi lui stesso troppo sul serio, dichiarando esplicitamente che in fondo di arte non si vive, ma esprimersi sulla tela è un grande aiuto a sopportare le difficoltà quotidiane.
Sebbene sia ancora giovane ed abbia abbracciato la strada dell’arte da poco, Damiano non è proprio uno sconosciuto nel panorama artistico, e -oltre all’ultima mostra effettuata a Cremona lo scorso giugno intitolata provocatoriamente Not an Art Exhibition-, ha esposto nella galleria milanese M.A.D., a Bergamo con la Fondazione Mazzoleni, a Roma e addirittura a Los Angeles nel 2018, con una collettiva tenutasi nella Galleria Gloria Delson Contemporary Arts. Insomma, non proprio un novellino.

Guardando le sue opere, due sono le cose che saltano subito all’occhio; una chiara ed esplicita citazione dell’arte di Jackson Pollock, con la famigerata tecnica del dripping introdotta proprio dall’artista statunitense, ed uno spirito fortemente dissacrante che emerge prepotentemente dalle scritte che corredano i suoi quadri, o semplicemente dai soggetti raffigurati. Il mondo contemporaneo, con le sue fragilità, i suoi bagliori, le sue debolezze, è senza dubbio una fonte importante di ispirazione per Damiano, che affronta i temi di attualità invitando i fruitori della sua arte alla riflessione; questa peculiarità lo rende estremamente contemporaneo, ma a modo suo: non ha bisogno di spiegare il senso delle sue opere come invece abbiamo bisogno di decifrare l’arte di Cattelan, ma è tutto estremamente chiaro ed immediato; forse vagamente melanconico e disilluso, ma immediato. Come Damiano. Quanto alla vicinanza a Pollock, l’artista di riferimento non è casuale, anzi: la tecnica del dripping è un vero e proprio omaggio al maestro americano al quale Damiano deve la sua scelta di dipingere; è stato proprio durante un viaggio a New York, difronte al One Number 31 esposto al MoMa, che l’artista cremonese ha avuto una sorta di “folgorazione”. Afferma:
Davanti a quel maestoso caos che era non solo lì davanti a me, ma anche dentro di me, ma in quel momento era tutto in perfetta sintonia, un perdersi in un meraviglioso cosmo di emozioni e sensazioni. I 40 minuti più intensi della mia vita. Avevo deciso, da quel momento avrei voluto rimanere sempre in quello stato, e decisi così di cominciare a pensare a me come “futuro artista”, quel senso di libertà doveva essere di nuovo mio, e solo con l’arte avrei potuto raggiungere questo obiettivo. Proprio in quel frangente ho capito che il fare arte era il mio Essere; un amore così profondo, una cosa così radicata nella mia persona, da essere conseguenza naturale e, quasi, unico metodo valido di comunicazione. Per riassumere in poche parole l’arte è quella cosa che mi rende libero, vivo; l’arte è l’unica cosa che riesce a tenermi attaccato alla realtà pur distaccandomi da essa.
Quando creo non ho regole, non c’è scorrere del tempo, lo spazio prende la forma delle idee e l’Essere prendere il sopravvento su tutto.

Potremmo dunque definire Damiano Conti Borbone, un Billy Elliot dell’arte. La sua poetica è ammirevole, come le sue tele moderne e anticonformiste. E’ molto bello il suo sentire visceralmente il senso dell’arte, il suo sentirsi un tutt’uno con l’arte. Nel mercato contemporaneo, non si sa quanti artisti agiscano con questa vocazione e quanti invece seguano l’istinto della fama e del soldo facile. Per questo a Damiano auguriamo di vedere un giorno esposto in un grande museo le sue opere, e di essere tra molti anni, per qualcuno, quello che Pollock è stato per lui.
Ilenia Carbonara per MIfacciodicultura
Ilenia Carbonara
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