Cosa può nascondersi dietro l’apparenza? E’ un tema antico, dibattuto, talvolta costellato di luoghi comuni che spingono all’estrema diffidenza o all’eccessiva credulità. In verità è solo andando affondo agli “aspetti” più palesi di una faccenda, come di una persona, che si scopre una versione approfondita, certamente più completa, ma non del tutto completa, di cosa o di chi si ha dinanzi.

E’ implicitamente questa la sottotraccia del romanzo breve Il diavolo innamorato di Jacques Cazotte, che ho letto poiché destinatomi casualmente da un bel progetto, “Libri al buio”, che ha preso piede nella mia città in occasione del “Maggio dei Libri”.

Inizia tutto tra le antiche rovine di Portici (Na), dove don Alvaro invoca il diavolo e compare una spaventosa testa di cammello, chiedendogli cosa possa volere da lui…ma le sembianze dell’animale del deserto si tramutano ben presto in quelle di Biondetta, una bellissima giovane – pallida, dolce, affascinante – che cerca in tutti i modi di conquistarlo, volendo essere amata, e soffre delle reticenze che Alvaro, invece, le riserva. Il protagonista è però, in vero, attratto e tentato da lei, a poco a poco se ne innamora, ma continua a pensare all’apparizione del cammello, finendo in un andirivieni di avvicinamenti e allontanamenti da Biondetta. Ciò però non impedisce loro di viversi e vivere a loro volta un’avventura condivisa, proseguendo nel viaggio lungo la penisola italiana e in una Venezia del Settecento.

Alvaro lungo tutta la vicenda resta sul precipizio di un abisso pericoloso per cui dietro l’incantevole viso di Biondetta teme lo sprofondare nella tentazione, nella perdizione. Ed è una paura più che lecita, soprattutto cogliendo il livello metaforico della vicenda. Quella di Cazotte è una storia allegorica di ben altri dilemmi tra il bene e male o tra divino e infernale, per cui i principi di cui un uomo ha bisogno per vivere sono spesso alle prese con le passioni che turbano l’anima che diventa una sorta di campo di battaglia, tra ideali, morale, etica e volersi lasciar andare alla “debolezze”.

Se ci sia o meno una risposta su quale sia la soluzione a tale tormento non sarò io a raccontarvelo, togliendovi il gusto della lettura, ma vale la pena sottolineare che il bello sta nella domanda più che nella risposta; sta nel chiedersi, riflettere e misurarsi con quelle astuzie che il diavolo, in senso lato, usa per piacere e sedurre…

In una contemporaneità così avviluppata nella prossimità e nell’approssimazione tornare ad un interrogativo esistenziale così enigmatico e soggettivo è davvero una bella provocazione intellettuale.

Antonia De Francesco per MifacciodiCultura