Figli (Scatole Parlanti, 2023): è l’asciutto eppur pesante titolo che reca la copertina della prima raccolta di racconti pubblicata da Silvana Severino. Una sola parola di quelle più rivoluzionarie nella vita di ognuno e non di rado utilizzata dagli autori per indicare i propri elaborati: frutto di scelte, dedizioni, felici circostanze e coincidenze e tanto sacrificio. Figli di carta, parole impalpabili eppure tanto “pesanti” in grado di ingenerare gioia e tutta un’eterogenea vasta gamma di emozioni altalenanti e, allo stesso tempo, profonde e imprescindibili.
Dal titolo alla copertina – raffigurante un albero con le sue lunghe radici in un terreno nero e la sua folta chioma verde protesa verso l’alto – dicono già molto dell’ispirazione di questa autrice. Se è lecito credere che i suoi scritti li abbia messi al mondo e curati con la medesima dedizione che si deve ad un figliolo, protagonisti e voce narrante di questi tredici racconti sono proprio Figli. D’altra parte quale altra condizione accomuna più di questa? Nessuna! Non tutti siamo, saremo o siamo stati genitori, ma tutti siamo inevitabilmente figli: di due esseri umani, del tempo e della cultura.
La sue voci narranti, ma soprattutto i suoi punti di vista giacciono spesso dunque nell’innocenza, nella genuinità o nell’incapacità di comprendere, ma anche nella determinazione – tavolta spiazzante, ma tipica – di bambini, giovani o adulti. Pur sempre figli.
E’ un “fagiolino” il cui cuore batte nel ventre e ne Il silenzio di Carla; è figlio Mimì con la sua voglia di danzare e sentirsi libero di essere semplicemente Mimì, oltre il vico, oltre la povertà, oltre la disperazione; è figlio il piccolo Francesco de Il castello delle anime vaganti, vittima dell’invidia e del dolore; è figlia la fragile Mia in compagnia del suo gatto Nerone (Mia e Nerone).
C’è il pianto leggero de La bellerina di cristallo che consola la figlia di un femminicidio; è figlio Paolo che non sa dire se non a suo modo, che ama ma solo a suo modo, che tutto comprende senza che gli altri riescano a leggerlo (La voce del cuore); lo è Lisa che in Una sera a teatro sfida la sua disabilità uditiva per far risplendere il suo talento narrativo. Lo è l’adolescente Valeria oggetto della brutalità della madre Maria che forse si rimprovererà tutta la vita di non “essere arrivata” Un attimo prima.
E poi ci sono ancora figli in Pavor Nocturnus; ne La bambina che imparò a parlare con il mare per sentire vicino il suo papà; c’è ne La mia rivincita, c’è ne Il baule dei ricordi e c’è in Vittoria.
Proprio quest’ultimo racconto che parte dalla seduzione di una slot, raccontando una pagina di uno dei più grossi problemi contemporanei – la ludopatia – è l’eccezione che cerchia di rosso il valore significativo della bellissima, nella sua semplicità, raffigurazione di copertina.
A tutti i protagonisti corrispondo i contorni indefiniti del disegno, come nelle più avventurose delle vite; le vicende di tutti tengono radici in quadri neri, in giorni crudeli e sofferti; per tutti, o quasi, la vita avanti: cresce come un tronco; per tutti arriva o arriverà un futuro che l’autrice lascia al vento, come la chioma di cui il movimento dell’aria porta via le foglie.
Insomma l’autrice chiude i racconti, ma non le storie dei protagonisti. Ci sono finali, ma sono sempre molto annacquati dalla volatilità tipicamente esistenziale. E’ concreta nell’dea di proporre questa prospettiva. Lo fa, tranne che nell’utlimo raccnto. Vittoria è uno dei Figli, l’ultimo di questo “parto”, l’unico con un lieto fine accompagnato e raccontato; che sembra tanto voluto dai protagonisti del racconto quanto dalla sua genitrice; rivelando che, infondo, nonostante la drammatitcità dei suoi racconti, l’ottimismo della Severino è nel suo sguardo, quanto nella sua penna.
Sarà che il suo essere insegnante nella vita di tutti i giorni non solo le ha consegnato un punto d’osservazione privilegiato sui “Figli” dei nostri giorni, ma anche l’indole di rosea speranza che meritano.
Antonia De Francesco per MIfacciodiCultura
Antonia De Francesco
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