Dalla piega che la letteratura ha preso dal Novecento in poi non c’è scampo: l’uomo interessa lo scrittore, nelle sue debolezze, nelle sue fragilità, in quell’inesplorato senso di alienazione che – a volte – sembra renderlo un estraneo nella sua vita. Non in modo esclusivo, ma in modo preponderante. Sarà che prima non si era mai guardato l’uomo davvero nella sua interezza; che le riserve nell’essere sinceri riguardo la sua natura erano preponderanti, in nome di schemi esistenziali rigidi e, per certi versi, “malefici” nella loro ineluttabilità d’essere.
Non c’è pagina della prima raccolta di racconti di Iole Costanzo – Gli invisibili (InBreve, 2025) – che non ci rimandi alle crepe dell’uomo: quelle nelle quali si insinua il dolore, l’incertezza, tutto l’umano sentire e tanta, tantissima solitudine.
Ogni racconto ne propone una forma diversa.
C’è un uomo che guarda se stesso e la sua fine, guardando quella di un cane investito e abbandonato per strada, in fondo I Contorni sono gli stessi: solo apparenza osservata con distrazione dal resto del mondo, abbandonata al suo destino mentre si rincorre il proprio.
C’è, di nuovo sola, La signora della mantella con i suoi ricordi che confondono il tempo: sola, come quand’è cresciuta come figlia femmina relegata ai servizi di casa, senza l’agio di studiare come suo fratello, nell’indifferenza di un padre e la sudditanza di una madre nei confronti di una realtà che era com’era e diversa non poteva pensarla.
C’è ancora quella bambina che, grazie alla nonna pensa di sé Vengo da Einstein, ma è lasciata sola a crescere in fretta, portando il peso della famiglia sulle spalle; la giovane dottoressa che scopre in Venticinque minuti fatidici, di non sapere cosa vuole dalla sua vita e rimane, sola, immobile seduta su un water mentre chiama ancora una volta, inconsolabilmente «mamma!».
C’è la follia che si impossessa di un fedele che ha messo completamente la sua vita nelle mani de Padre Nostro per rifuggire il male che vede ovunque e contro il quale si sente l’unico a combattere fino alle estreme conseguenze.
Infine c’è Geronte, una nonna che impara il significato di tante cose, senza che nessuno gliele abbia mai insegnate.
Nella visione narrativa della Costanzo questi sono Gli Invisibili eppure lei “li vede” e li racconta. Sarà perché alla fine ogni “invisibile”, in quanto “vittima” di una società inconsciamente o arbitrariamente miope, si riprende tutta l’attenzione sul finale? sarà perchè prima o poi la maschera crolla pure per loro e quella mancanza emerge nella sua prepotenza? Sarà perchè l’invisibilità non è un’emozione che trae origine dal suo oggetto, ma dagli altri. Potremmo considerarla una sorta di stato d’animo subìto.
I racconti di Iole Costanzo avranno anche per protagonisti i personaggi scelti e descritti, ma ad abitare tutti i righi è la società distratta, succube dell’indifferenza.
E’ su di lei che punta il dito l’autrice. Senza fornire soluzioni, alternative, senza la pretesa di morale, solo raccontando ciò che è, ma ciò che tutti potremmo evitare che sia.
Antonia De Francesco per MIfacciodiCultura
Antonia De Francesco
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