
In molti hanno raffigurato la sensualità, dedicandole affezionate attenzioni e ritraendola in forme più o meno esplicite. Se si pensa che ci sia un modo esauriente o più veritiero di catturarla s’incorre in un errore di semplificazione, in quanto la vasta gamma eterogenea di pittori, oltre che di scrittori e poeti, ha identificato e fatto propria l’attrazione spiandola dal proprio ed unico istinto. Si pensi per esempio a Fernando Botero, che delle sproporzioni anatomiche ha fatto la sua arte, o a quei corpi in estasi repentina di Egon Schiele o alla non fissità quieta degli occhi dorati di Gustav Klimt. Tamara de Lempicka ha proposto una ritrattistica della sensualità talmente personalizzata che le sue opere si riconoscono immediatamente, senza possibilità di dubbi. Registrò l’evolversi eccitato delle corporeità della sua epoca, e nei suoi 82 anni visse in prima persona l’epilogo dell’800 e il fiorire del XX secolo.
Cerco di vivere e creare in modo tale da imprimere,
sia alla mia vita sia alle mio opere, il marchio dei tempi moderni (Tamara de Lempicka)

Nacque a Varsavia ma nel giro di pochi anni visitò l’Italia, la Francia e la Svizzera, per poi trasferirsi in Russia. A vent’anni, nel pieno della Rivoluzione Russa, si sposò e incominciò ad esporre le sue opere, che poi approderanno anche in Francia, in concomitanza col tramonto della Belle Époque. Tamara de Lempicka, della sua vita fece un eterno pellegrinaggio alla ricerca di quell’essenza pura che rappresentasse la verità prima della sinuosità. Ritrasse i corpi femminili e le loro ombre, sia quelle interiori che quelle che si formavano dall’incontro-scontro con il mondo; queste ultime, senza chiedere il permesso, penetravano nei riflessi simil-addormentati delle carni silenziose.
Mi piaceva uscire la sera e avere un bell’uomo al mio fianco che mi diceva quant’ero bella o quanto grande era la mia arte (Tamara de Lempicka)
Le donne di Tamara hanno spesso gli occhi socchiusi, in contemplazione estatica di qualcosa o di qualcuno: mari malcesini, uomini, miraggi o sogni. Come divinità, come Leucò per Pavese, attendono sotto lenzuola cangianti o in piedi su pavimenti di sinuoso marmo, con le labbra purpureamente rosse di vita e di borghesi memorie.

Fu probabilmente questo ritratto d’eccitazione voluttuosa che attrasse Gabriele D’Annunzio, il quale invitò la Lempicka al Vittoriale e per lei sviluppò un’autentica ossessione. La corteggiò, ne rimase talmente ammaliato che non viene difficile pensare a lei o alle sue damerine fintamente dormienti come a tante versioni di Ermione ne La pioggia nel pineto. Tra candore e finto pudore, scialli svolazzanti su macchine verdi e una velocità futuristicamente siderale, Tamara de Lempicka raggiunse anche l’America, dove incontrò uno scenario differente da quello europeo. Nuovi spunti la consacreranno a nuove visioni, facendo di lei l’artista d’avanguarde sui mirador moderni della sinuosità.
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