Raccontare una vita nella quale non ci si riconosce fino a quando non si è alla firma di una lettera d’addio ad un’amica morta – che, quindi, non la riceverà mai – non è un’impresa semplie: la banalità dei fatti e dei sentimenti è dietro l’angolo. Ma Gaia – così si chiama la protagonista del romanzo di Giulia Caminito (Bompiani, 2021) L’acqua del lago non è mai dolce, vincitore della cinquantanovesima edizione del Premio Campiello – apre ad una storia la cui peculiarità è proprio la sincerità schiacciante del dolore, del disagio che vive nell’animo della sua testa dalla chioma rossa.
Gaia, diafana con le orecchie troppo grandi, vive all’ombra di Antonia, una madre che percepisce come ingombrante. E forse inconsapevolmente lo è davvero. Le somiglianze fisiche palesi che le accomunano – a partire proprio da quei capelli rossi, troppo rari e paradossali per l’indifferenza dalla quale vorrebbe essere avvolta già da bambina – le fanno credere di essere come lei; rimarcano quel senso di appartenenza contro il quale combatte, fino ad arrendersi, come contro
dei mulini al vento.
Tutte le vite iniziano con una donna e così anche la mia, una donna con i capelli rossi che entra in una stanza e ha addosso un completo di lino, l’ha tirato fuori dall’armadio pr l’occasione, se l’è comprato al bando di Porta Portese, il banco buono dei vestitti di marca ribassati, non quelli da poche lire, ma quelli con sopra il cartello: PREZZI VARI.
In realtà è il figlio che meno le somiglia nell’aspetto – Mariano – ad avere eridatato lo spirito di quella donna combattiva, volitiva, leader indiscusso di una famiglia che tiene stretta con tutti i sacrifici che può – anche quando il marito, Massimo, perde l’uso delle gambe in un incidente in cantiere dove lavora a nero; anche mentre cerca una sistemazione abitativa che le spetta, nonostante l’indigenza nella quale soffrono. Anzi proprio per quella.
Antonia è una donna che crea, che pulisce e ripulisce, che cuce, che colora, che manifesta nell sua realtà e che con le parole e le azioni dimostrative combatte le ingiustizie e cerca di trasmettere gli stessi valori a quei figli – compresi gli ultimi due gemelli – affinchè sappiano orientarsi in una vita che, comunque, per loro, disegna migliore.
Ma Gaia non è così – la mia famiglia è il mio anestetico, contro di loro non so reagire – eppure tutta la sua vita è fatta di
quella continua necessità di dimostrare che davanti alle cose difficili non si ferma, anzi. Come Antonia. E così fa ciò che le dice, vive secondo i suoi dettami, ma li distorce fino alle estreme conseguenze, anche perchè, diversamente da lei, è un’esplosione a intermittenza di sofferenza e rabbia che contiene cercando di farsi largo verso un diritto di riscatto e felicità di cui crede di avere divina concesione, ma senza riuscirci.
Prova a costruire relazioni amicali, seppur non ne senta bisogno determinata a soffocare la vergogna della sua povertà famigliare; prova a costruire relazioni amorose e sessuali per percorrere una scala sociale dalla quale finisce sempre col precipitare. Studia: ottiene voti altissimi e prosegue con l’università. Filosofia, l’apparente antitesi di ciò che le può essere utile per lavorare.
Risolve da sé le sue “beghe”: lancia pietre, rompe ginocchia, ruba racchette, incendia auto e quasi uccide un’amica. Risolve tutto, così, tranne se stessa. Punisce ogni tradimento, ma non quello più grande che puntualmente compie nei confronti di se stessa: non proteggendosi abbastanza, con un atteggiamento reazionario e non rivoluzionario nei confronti di sua madre Antonia e della vita che accetta come una condonna.
Quello che ho fatto per anni è stato aspettare rivoluzioni, slavine, reazioni a catena che portassero come ultimo effetto alla mia ascesa, al dischiudersi di infinite possibilità.
Quella della Caminito è una storia in cui il fallimento stagna lento come l’acqua di un lago che non è mai – veramente – dolce – neanche nei ricordi di chi sulle sue sponde vive una storia come quella della “figlia di Antonia la rossa” ; la storai di un tentativo di riscatto; quella di una resa, di un temporaneo fallimento. La letteratura deve fare i conti anche con questo, non può necessariamente idealizzare. E’ la “magia” di questo libro: una rassegnata storia di disperato amore. Diretta. Disarmante.
Si perde per poco, si perde per emozione, per distrazione, per umanità.
Antonia De Francesco per MIfacciodiCultura
Antonia De Francesco
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