Perchè sei qui? (Tunuè, 2024). E’ la domanda che si fa titolo per il graphic novel firmato dalla psicologa Francesca Picozzi e illustrato da Greta Xella che mettono al centro l’approccio dei giovani alla cura della psiche. Perchè sei qui? Forse perché il tabù del prendersi cura del proprio malessere psicologico, alla stregua di qualsiasi altro dolore fisico, sta lentamente, ma progressivamente, scomparendo; forse perché l’incremento dei disturbi tra i giovani è lampante soprattutto per gli addetti ai lavori in grado di coglierne i segnali; forse perché quando i professionisti si mettono in discussione uscendo dalla loro “stanza” riescono ad ottenere risultati concreti.

In effetti è questo il solco in cui si colloca il progetto editoriale della dott.ssa Picozzi, la quale già durante il lockdown imposto dalla pandemia da Covid-19 ha deciso di sbarcare sulle piattaforme social per raggiungere, a sua volta, le persone, in particolare i ragazzi, con alcune spiegazioni, consigli, che non arrivassero a sostituirsi alla terapia, ma fossero quanto meno di supporto agli interessati per imparare a conoscersi o comunque sviluppare la consapevolezza che prendersi cura di se stessi può implicare anche approcciare ad un percorso psico-terapeutico.

Così, continuando a scegliere un linguaggio più consueto per la fascia di età (pre-adolescenziale/adolescenziale) più disorientata, a tratti, nella società contemporanea, Francesca Picozzi si rivolge a loro con un testo d’immagini semplici e incisive, con la scelta di colori caldi e avvolgenti, un po’ come si presume volessero risultare le sue parole e propone sei diverse storie: il panico del 17enne Cael; il disturbo alimentare della 26enne Noemi; la sessualità del 17enne Teo; l’autolesionismo della 19enne Mirea; l’ansia del futuro del 24enne Cesare.

L’ultima storia, invece, le riguarda da vicino. E’ la storia di Francesca che in un giorno come altri si reca al suo appuntamento con lo psicologo, niente di meno Freud, convinta di dover partecipare all’ennesima seduta e accorgendosi, solo parlando al dottore, che quella sarebbe stata la sua ultima seduta. A suggerirlo, del tutto inaspettatamente, è il sogno che proprio lei riferisce di aver fatto ed il suo valore simbolico che potentemente sancisce la fine del percorso.

Quest’ultima storia interrompe l’excursus che Picozzi compie, seppur brevemente, in questo testo, ma credo che risulti prezioso alla stregua degli altri: con i primi cinque episodi descrive uno stato dell’anima che aiuti chi legge a sviluppare una prima conoscenza, ma con l’ultimo chiude il cerchio di una riflessione che è alla base del testo stesso e del suo motivo d’esistere, vale a dire sfatare cliché e stereotipi sulla terapia psicologica.

Quante persone sono convinte che siano percorsi infiniti? E per di più con un gravoso carico economico? E invece no, c’è un momento in cui proprio l’efficacia della terapia aiuta a capire che è il momento di “smettere di scavare”.

“Bè, lo sai Francesca, la terapia è uno scavo archeologico. Non puoi sapere quando smetterai di trovare tesori e reliquie. Ma puoi decidere quando è abbastanza per te!”.

Antonia De Francesco per MIfacciodiCultura