Ci sono gesti che non scandalizzano per la loro durata, ma per ciò che rivelano. La Biblioteca Braidense concessa per un evento di fitness, promosso e veicolato sui social, è uno di questi. Non è la trasformazione permanente di un luogo sacro. È qualcosa di peggiore: la sua riduzione a oggetto, a superficie, a sfondo sacrificabile sull’altare dell’algoritmo.
Perché la Braidense non è un semplice edificio. È un organismo secolare, un tempio laico dove la cultura non si esibisce ma respira. È uno dei pochi luoghi rimasti in cui il sapere non deve competere con la musica di sottofondo, con le stories, con la logica del “format”. È un luogo che chiede silenzio, lentezza, profondità: tre parole che oggi suonano quasi sovversive.
Ed è proprio per questo che la sua profanazione pesa come un atto di resa.
Il fitness non è il problema. Il problema è la mentalità che lo rende possibile: la convinzione che tutto sia disponibile, tutto sia affittabile, tutto sia convertibile in contenuto.
La Braidense non è stata “valorizzata”: è stata umiliata. Ridotta a fondale per un evento che avrebbe potuto svolgersi ovunque, ma che ha scelto proprio lì per il gusto di trasformare un luogo sacro in un trofeo social. Un gesto che non nasce dall’amore per la cultura, ma dalla fame di visibilità.
E qui Milano diventa solo il punto di partenza. Perché ciò che è accaduto alla Braidense non è un incidente locale: è la radiografia di una società che non riconosce più la differenza tra un patrimonio e un set, tra un tempio e un contenitore, tra un luogo e un contenuto.
Viviamo in un tempo in cui la cultura, se non intrattiene, non viene ascoltata. Se non diverte, non viene considerata. Se non produce engagement, non ha valore.
La profondità è diventata un difetto. Il silenzio, un lusso inutile. La complessità, un fastidio.
E’ come ammettere che abbiamo accettato l’idea che la cultura debba prostituirsi per sopravvivere. Che anche i luoghi più sacri possano essere piegati, manipolati, svuotati, purché generino ritorno economico o visibilità.
Non è Milano che ha perso il senso del sacro: siamo noi. Siamo noi che abbiamo normalizzato la monetizzazione di tutto. Siamo noi che abbiamo confuso la cultura con l’intrattenimento, la profondità con la performance, il sapere con il contenuto.
Abbiamo smarrito la capacità di ascoltare ciò che non intrattiene. Abbiamo perso l’istinto di proteggere ciò che non produce profitto. Abbiamo disimparato a riconoscere il sacro quando non è illuminato da un ring light per Instagram.
E allora la Braidense prestata a un evento effimero diventa un simbolo perfetto: non della morte della cultura, ma della nostra resa. Della nostra dipendenza dall’effimero. Della nostra incapacità di sostenere il peso della profondità.
Perché la verità è semplice e brutale: non siamo più in grado di stare davanti a qualcosa che non chiede di essere guardato, ma di essere compreso.
E una società che non sa più comprendere, ma solo consumare, non è una società moderna: è una società stanca, impoverita di valori, culturalmente vuota. Perché ciò che una civiltà profana rivela ciò che una civiltà è diventata. E noi, oggi, sembriamo aver scelto l’effimero al posto dell’eterno, il contenuto al posto del senso, il rumore al posto del pensiero.
Forse abbiamo sbagliato già alcuni anni fa perché un luogo sacro della cultura e in generale non si affitta.
Neanche per un’ora. Neanche per un post.
Valentina Ferrario
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