Agli esordi della sua carriera politica, l’On. Anna Teresa Formisano, era una giovanissima donna nel pieno della sua vita: poco più di vent’anni, neo-sposa, laureanda in giurisprudenza e in attesa – a poca distanza l’uno dall’altro – dei suoi adorati due figli. Momenti della sua esistenza frutto di scelte precise, motivate e portate avanti con dedizione. Scelte, che agli inizi degli anni Settanta del Novecento, non erano usuali e, come tutto ciò che implica un cambiamento, hanno talvolta subìto l’incomprensione di alcuni.
Una giovane donna, moglie e madre, professionalmente determinata e politicamente ispirata: il profilo di una donna ambiziosa per gli occhi di chi è abituato a ragionare per stereotipi; di una persona che intende realizzarsi per chi è in grado di non meravigliarsi delle pari aspettative e possibilità che dovrebbero sottendere la vita di ognuno.
A Cassino, sua città natale, ed in contesti via via più grandi – la Regione, il Parlamento italiano e non solo – l’autrice ha avuto modo di affermarsi come prima presenza al femminile; pioniera di un modo di fare politica accogliente e concreto che ha incontrato sin da subito un grande favore da parte degli elettori. D’altra parte scendendo in campo la giovanissima Anna Teresa Formisano ha sentito forte il peso di un successo non solo personale e politico, ma – come si direbbe abitualmente – anche di genere.
E’ questo l’aspetto preponderante della sua storia raccolta personalmente nel libro Politica – Storia di una ragazza (Cassino, 2024) che di quella ragazza ricorda la tigre che tante volte ha dovuto dimostrare come non avesse paura di loro né tanto meno di tutti i mezzucci e degli stratagemmi meschini […].
Oggi quella tigre, con questo libro, ruggisce ancora.
Lo fa perché ripercorrendo la sua storia, in fondo, legge e comprende una realtà attuale nella quale le donne hanno sicuramente conquistato molto più spazio di alcuni decenni fa, ma a che prezzo? Quante rinunce, sacrifici e scelte ob torto collo sono ancora costrette a fare le donne che – come si suol dire – vogliono fare carriera?
Complici gli anelli che indossano alle dita, ricordando un celebre episodio accaduto all’On. Formisano durante la sua prima amministrazione, le donne sono in grado di rompere anche le “lastre di vetro” più dure, ed ecco perché nel novero delle numerose, ma non tutte, conquiste che racconta tra queste pagine, quel che resta è proprio la grande sfida della Donna e la capacità di concepire una politica seria, di risposte concrete e di visione.
Eppure è come se qualcosa le avesse lasciato l’amaro in bocca, come a credere in parte che i sacrifici fatti da alcune, come lei, non abbiano lasciato l’eredità, o per meglio dire eredi, che abbiano saputo fare altrettanto bene. A maggior ragione tra le donne, ma comunque anche tra gli uomini.
Così tra una riga e l’altra fa capolino una sorta di nostalgia nel rivedere persone “affamate” di voglia di fare, costruire, decidere e assumersi responsabilità. Come se la politica fosse più abitata ma meno vissuta, in un abbassamento della qualità, dello spessore morale che non dovrebbe mai essere né auspicato né auspicabile. Questo una donna che ha vissuto la politica con tutto il suo spirito e la sua forza non può non notarlo, tant’è che l’Autrice evidenzia ciò che ad un occhio attento non sarebbe mai potuto sfuggire, ovvero come, purtroppo, la crisi della politica sia inesorabilmente sistemica: legata ad una disaffezione la cui manifestazione più lampante e diretta è la scarsissima affluenza alle urne.
Per lei, che la credibilità ha dovuto conquistarla, illo tempore, su due versanti quello politico e quello femminile, intessendo campagne elettorali che la portassero al cospetto di chi poi avrebbe posato la matita sulla scheda elettorale in suo favore, risulta davvero sconfortante dover prendere atto dei passi indietro compiuti da chi l’ha succeduta (uomini e donne!). E’ sconfortante non trovare lo stesso desiderio di far bene, di occuparsi del bene comune, di farlo con integrità e originalità.
O almeno questo sconforto è ciò che appare percepibile dalle sue parole.
I tanto vituperati partiti politici, che avevano peccato di alcuni comportamenti deprecabili durante la Prima Repubblica, assolvevano però un compito oggi completamente assente, quello di essere vera e propria palestra per chi, giovani e giovanissimi, voleva avvicinarsi alla politica e imparare insieme agli altri a fare qualcosa per tutti. L’astensionismo crescente in ogni competizione elettorale è la prova della distanza abissale tra i cittadini e gli eletti e questo problema ricade sulle spalle di tutta la classe politica che non può continuare a comportarsi come se la colpa fosse degli elettori.
E’ chiaro che l’On. Anna Teresa Formisano non avesse bisogno di un compendio apologetico. Alla mia lettura il raccontarsi è per lei un pretesto per assolvere alla diffusione di un doppio monito per quanto riguarda la politica e per quanto riguarda le donne. Le pioniere, come Lei, hanno fatto passi da gigante su strade che hanno dovuto costruire, che a camminarle siano Donne che non dimentichino da dove veniamo, ma soprattutto dove siamo dirette. Chi sceglie di fare politica torni ad occuparsi con serietà della res pubblica: con studio, metodo, anche rispolverano taccuini e agende, ritornando tra il popolo, per il popolo e col popolo. Smettendo di parlare di gente e di voti.
Al netto di tutto questo c’è una sola cosa che mi perplime: perché l’Autrice – soprattutto vista la questione affrontata – non abbia usato sostantivi al femminile.
Quarant’anni fa, per la prima volta, si affrontava il tema del sessismo nella lingua italiana. Era il 1987 quando si accoglieva il testo “ Il sessismo nella lingua italiana” di Alma Sabatini – con la collaborazione di Marcella Mariani e la partecipazione alla ricerca di Edda Billi e Alda Santangelo – voluto dall’allora Presidenza del Consiglio dei Ministri del secondo governo del socialista Bettino Craxi. Una pietra miliare, sufficiente a riflettere su una questione che è innanzitutto squisitamente linguistica e sembra – a distanza di quattro decenni – non ancora risolta perchè condotta, invece, ad una sorta di controversia ideologica.
Per evitare di replicare schemi sessisti e approcciare agevolmente ad un orizzonte che superi questa questione bisogna partire dall’assunto che la stessa va sottratta alla demagogia e riportata, in prima battuta, alla sua dimensione naturale, quella linguistica.
Il primo faro, dunque, è proprio il “dizionario” che ammette tutte le forme al femminile; basti pensare – ad esempio – che lo Zingarelli, già nel 1995, dedicò un capitolo al femminile, soffermandosi in particolare sui mestieri e sulla possibilità (oltre che necessità!) di declinarli anche al femminile dal momento che gli stessi, talvolta precedentemente preclusi in qualche modo alle donne, sono ormai incarnati anche dalle stesse.
Chissà che questo possa essere un inizio di consapevolezza per imparare a “dire” un mondo migliore e contemporaneamente “farlo”. Per altri consigli mi piacerebbe che l’On. Formisano scrivesse, in proposito, un altro libro…
Antonia De Francesco per MIfacciodiCultura
Antonia De Francesco
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